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A proposito di beatificazioni e di santificazioni

Non è cosa secondaria nella vita della Chiesa  sia il senso teologico e pastorale del culto dei santi sia le procedure in uso,  per proclamarli e chiederne la venerazione, procedure che appaiono spesso discutibili. Tutti noi siamo infatti ben consapevoli di quale importanza abbia questa forma di religiosità ampiamente diffusa da secoli nell’universo cattolico. Il profondo rispetto per le sensibilità che vi sono coinvolte, soprattutto in chi ha una vita di fede elementare e semplice, non ci ha tuttavia mai impedito di interrogarci se il culto abbia radici  nell’Evangelo e, in caso di risposta affermativa, di cercare di capire quali esse siano. Nella ricerca di “Noi Siamo Chiesa” l’attenzione a questa realtà della vita cristiana  è  stata presente  con un approccio spiccatamente critico soprattutto negli ultimi anni. Queste le nostre osservazioni: 

--sono stati santificati personaggi controversi – per tutti Escrivá De Balaguer - o del tutto lontani dalla venerazione popolare;

--santi diventano, per lo più, esponenti di ordini religiosi  e soprattutto  fondatori degli stessi. Il supportare il costoso processo canonico e l’azione di lobby necessaria non è  cosa semplice. Chi si impegna per la santificazione di un santo “di base”, di una mamma, di un credente poco “ortodosso”?  

--le santificazioni di quasi tutti gli ultimi papi ci sono sembrate quasi uno strumento per santificare lo stesso papato, fatto  teologicamente molto discutibile;

--l’eccessivo numero delle proclamazioni di beati e santi degli ultimi decenni stanno facendo perdere , agli occhi di una parte importante del Popolo di Dio, il loro stesso significato.

Ci sembra che la spiritualità protestante, che non venera santi, ma indica testimoni (il che implica di non sporgersi sul mistero del giudizio di Dio nell’aldilà) ci sembra possa essere considerata altrettanto e anche più evangelica di quella della Chiesa cattolica su questo punto.

Comunque a noi pare che, aldilà delle procedure ufficiali che portano al cosi detto “onore degli altari”, non sia cosa di poca importanza,  nel vissuto quotidiano della vita cristiana, che esista una vera  corrispondenza tra la decisione formale delle autorità vaticane e un consenso diffuso nel tempo e nello spazio alle virtù del santo o della santa da parte del Popolo di Dio .

La nostra gioia per San Romero

Il caso di Mons. Oscar Arnulfo Romero è del tutto diverso dalle situazioni sopra descritte.  Gioiremo il 23 maggio partecipando in spirito e in preghiera alle grandi manifestazioni di esultanza del popolo salvadoregno nella cattedrale di San Salvador.

Mons. Romero ha avuto fin dall’inizio un riconoscimento universale: egli è diventato ben presto “San Romero d’America”anzi  “San Romero del mondo”, come lo ha chiamato il vescovo Pedro Casaldaliga. Romero è considerato già santo in tutto il mondo cattolico. Ci voleva, però, un papa venuto dalla fine del mondo per la proclamazione ufficiale dopo che per trentacinque anni una scelta politica della curia vaticana aveva cercato di negare l’evidenza, anche quando tale  riconoscimento  era giunto perfino da altre Chiese cristiane e da altre religioni.

Mons. Romero è il simbolo planetario di una fede impegnata a difesa degli oppressi ma, in particolare, rappresenta nella sua persona  tutto il martirologio latinoamericano dell’ultimo mezzo secolo composto di migliaia di suore, leader contadini, animatori di comunità, preti e vescovi  uccisi da regimi che si pretendevano “cattolici” in nazioni “cattoliche”.

Mons. Romero ci ha mostrato un modo diverso di essere Chiesa, quello che intreccia religiosità tradizionale  e popolare con la difesa degli oppressi, con la resistenza alla violenza e all’oppressione. Davanti a una terribile realtà,  sotto la guida dell’Evangelo, è possibile convertirsi – come si convertì Romero –da una pastorale rituale e tradizionalista a una pratica di fede e di liberazione umana contro la disumanità del potere.

Romero fu segno di contraddizione e deve restare tale

               “Noi Siamo Chiesa” partecipa con gioia e spirito di fede a questo momento importante per la nostra Chiesa, e per tutte le Chiese. Ma perché esso sia di verità, e perché serva all’evangelizzazione, contro unanimismi e applausi di comodo, ci sembra di dover dire che:

-- Romero non è stato assassinato da atei o da seguaci di un’altra religione per “avere proclamato il nome di Cristo”  -- è il classico caso del martirio “in odium fidei” – né da chi ne contestava l’appartenenza alla “vera religione” (come ora succede in Medio Oriente). E’ stato assassinato da altri cattolici, che andavano a Messa, che si ritenevano i veri  fedeli del Vangelo e che pretendevano di difendere Dio e tutti i “valori” cattolici. Romero è stato martire per avere preteso la giustizia; le motivazioni del suo agire nascevano dall’adesione all’Evangelo degli ultimi;

--La “Chiesa di cristianità”, che è stata alle spalle delle dittature sudamericane diventandone complice negli anni settanta e ottanta del secolo scorso, ha perseguitato tante realtà cattoliche soprattutto  di base. Questa Chiesa esiste ancora, è quella che ha usato l’anticomunismo come arma di deterrenza contro la teologia della liberazione, che ha bloccato la canonizzazione di Romero e che, all’interno della nostra Chiesa, è ostile alle riforme necessarie nella linea e nello spirito del Concilio;

--Romero, ora che è stato ufficialmente riconosciuto, non deve diventare nella Chiesa un “santino” nei cui confronti ci siano le tradizionali devozioni, con le relative agiografie, con le reliquie da venerare, con le statue da erigere e via di questo passo. Romero deve rimanere nella Chiesa e nella società momento di  contraddizione, e deve essere conosciuto e capito considerando il momento storico in cui visse, per bene valutare le azioni di rottura a cui fu costretto. Di qui il suo messaggio. Gli amici di Romero in tutto il mondo continueranno ad avere il compito di evitare la sua imbalsamazione. 

Roma, 22  maggio 2015

NOI SIAMO CHIESA