Il testo di papa Ratzinger è  un vero e proprio Manifesto per una Chiesa preconciliare ed anticonciliare, con molte caricature della realtà e tutto  chiuso nell’identità cattolica. Ma non si tornerà indietro.

Vittorio Bellavite, coordinatore nazionale di Noi Siamo Chiesa

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Il  testo di papa Ratzinger diffuso ieri su una rivista tedesca è importante. E’ la prima volta che in  modo pubblico dopo le sue dimissioni  egli mette i piedi nel piatto  delle grandi questioni che travagliano la Chiesa e lo fa in un momento delicato con papa Francesco sotto pressione da due versanti opposti sulla questione della pedofilia del clero, c’è chi  lo accusa di essere troppo prudente e  c’è chi  si aspetta invece altri  rinvii o insabbiamenti (anche senza dirlo esplicitamente). La posizione  del papa emerito  in questo testo si capisce che ha alle spalle  una posizione critica più generale sul pontificato di Francesco, che però non viene esplicitata. Forse ha qualche suggeritore all’interno della Curia. Il parlare della pedofilia serve per un confronto/scontro più generale di tipo teologico e pastorale in cui da una parte c’è l’opposizione al “mondo” (che è il male) e dall’altra il dialogo e l’arricchimento reciproco con quanto è esterno alla Chiesa (è la linea del Concilio).  Questa uscita di Ratzinger offusca  la decisione evangelica (ed  esemplare  sotto il profilo dei problemi di governo della Chiesa)  che egli  prese con le sue dimissioni. Il suo testo, aldilà delle sue debolezze evidenti e della povertà  del suo contenuto, ci sembra di una gravità eccezionale perché  esso   servirà come punto di riferimento nei prossimi tempi  per gli insofferenti   del magistero attuale considerato non dottrinale, troppo terzomondista, troppo ecumenico. Papa Bergoglio e il Card. Parolin sono stati informati del documento. Sicuramente non l’hanno gradito e dovranno fare buon viso a cattivo gioco. L’imbarazzo traspare anche da come il documento è stato presentato sull’Osservatore Romano e sull’Avvenire.

 

Il ‘68

Il testo inizia raccontando di episodi particolari degli anni 60 in Germania, che crearono grande disagio a Ratzinger, che lo portarono in modo sbrigativo a soffrire la “Rivoluzione del ‘68” e che furono alla base , a quanto si sa e si capisce, del suo passaggio da teologo d’avanguardia a teologo schierato, da allora in poi e fino ad oggi, su posizioni più che tradizionaliste. Egli fa una analisi caricaturale e inaccettabile (o, come minimo, superficiale) di quei fermenti. “La pedofilia fu considerata permessa e conveniente” (ma da chi? quando mai successe questo?) , la nuova permissività fu causa di violenza, “il collasso spirituale fu legato alla libertà sessuale” e via di questo passo. Una delle conseguenze  fu:  “ Il diffuso collasso delle vocazioni sacerdotali in quegli anni e l’enorme numero di dimissioni dallo stato clericale furono una conseguenza di tutti questi processi”. Espressa in questo modo la crisi nel clero e nei seminari è del tutto unilaterale, tagliata con l’accetta e, in definitiva, inaccettabile. Le situazioni  furono ben più complesse e, per certi versi, positive, viste dal punto di vista di chi voleva una Chiesa che si incamminava nella linea e nello spirito del Concilio per il  superamento di una vita di fede fondata in gran parte sulla precettistica e sulle convenienze sociali. Il ’68 ha scosso  la Chiesa ma i suoi mali, a partire da quello della pedofilia, sono ben precedenti e il ’68 ha reso più facile l’esternarli.  Dal ’68 nascono fermenti e  realtà di base nel mondo cattolico che si confrontano con le culture emergenti, dando il loro apporto critico e positivo a una fase di passaggio della nostra storia.

La Dichiarazione di Colonia

“Il collasso della teologia morale cattolica” fu determinato  dall’abbandono del giusnaturalismo che si concluse con il relativismo in campo morale  in modo tale che  “Non c’era più il bene, ma solo ciò che sul momento e a seconda delle circostanze è relativamente meglio”. Il ragionamento continua affermando  che ci sono “beni indisponibili” e che deve esistere un “minimum morale”, che esiste un “ propriumcristiano” che caratterizza la morale cristiana da quella di altre religioni. Infine si attribuisce alla “Dichiarazione di Colonia” del gennaio del 1989 la responsabilità di avere dato il via a un movimento di contestazione del magistero ecclesiale che  Giovanni paolo II (con alle spalle Ratzinger prefetto dell’ex S.Uffizio) tentò di arginare con la Veritatis Splendor (1993) e, prima,  con il Catechismo della Chiesa cattolica (1992). Abbiamo riletto la “Dichiarazione di Colonia” che fu firmata da ben 163 eminenti teologi (e non da 15 come scrive Ratzinger), prevalentemente dell’area tedesca. Essa si lamenta del sistema della nomina dei vescovi, dell’emarginazione dei teologi e della censura alla ricerca teologica  e infine del ruolo esorbitante attribuito al magistero papale tale da confliggere con lo stesso valore supremo della coscienza del singolo credente. Non c’è nulla di nuovo perché Ratzinger ritorna alla lettera allo scontro che ci fu negli anni ’80 e ’90 di cui egli fu un protagonista dalla parte di chi decide e impone.  Ma dalle sue parole egli  appare quasi come  una vittima.  Da una parte la collocazione dell’atto morale all’interno del percorso di fede individuale e comunitario e del contesto sociopolitico,  dall’altra una precettistica proposta e imposta secondo canoni  rigidi e permanenti che risalgono al Catechismo di Pio X e, risalendo nel tempo, allo stesso Concilio di Trento.

Una caricatura delle vere responsabilità nella Chiesa

Il testo prosegue lamentando che la nomina dei vescovi venisse fatta secondo il criterio della “conciliarità” e che ci fu chi perseguiva “una nuova moderna cattolicità” (e chi leggeva i libri di Ratzinger veniva isolato nei seminari). Siamo quasi alla farsa. L’uomo più autorevole della curia dopo papa Wojtyla  si colloca “contro”. Ma contro chi? I suoi colleghi? Sulla base di prove certe provenienti dalla generalità dell’universo cattolico abbiamo sempre detto e ripetiamo che durante 35 anni (1978-2013) i vescovi sono stati nominati a senso unico, solo quelli fedelissimi  alla gerarchia e alla Humanae Vitae. Si dimentica papa Ratzinger l’epurazione che fece nei confronti dei teologi della liberazione e dei vescovi che erano ad essa vicini? La rivendicazione continua ed è sorprendente. Ora è nei confronti dell’eccessivo garantismo che avrebbe ostacolato la condanna dei preti pedofili rendendo le condanne impossibili. Esso sarebbe stato ispirato dalle posizioni progressiste. Abbiamo sempre saputo e detto esattamente l’opposto. E’ stato il sistema tortuoso della casta clericale che, aiutato dalle norme e dalla una omertà diffusa,  ha coperto la pedofilia del clero venuta a galla per merito di soggetti esterni alla Chiesa (la stampa, l’opinione pubblica e, in seconda battuta, le vittime). Al vertice di tutto il sistema c’era la Congregazione per la dottrina della fede e il suo capo per 25 anni. Poi Ratzinger continua in modo altrettanto sbalorditivo. Amareggiato per il troppo garantismo sostiene che “il diritto canonico deve proteggere anche la fede, che è un bene importante protetto dalla legge” . L’altro bene da proteggere non è quello delle vittime!! Di esse non si fa cenno in nessun punto del testo. Incredibile.  Che significa la protezione giuridica della fede nel caso specifico non è molto chiaro. Ci sembra evidente invece come molte crisi di fede possano essere indotte dai comportamenti delittuosi di chi abusa dell’innocente. Oltre alle vittime anche l’autorità civile risulta del tutto estranea  alle riflessioni di Ratzinger. Tutto è interno alle situazioni  ecclesiastiche che subiscono l’intrusione del mondo esterno con le sue culture permissive. C’è così un ribaltamento di responsabilità.  Esse non devono essere attribuite soprattutto, come fa invece papa Francesco, al clericalismo e all’abuso di potere e di coscienza .

Col “mondo” diffidenza o dialogo?

La parte finale delle  riflessioni si aprono con un interrogativo curioso. “Creare un’altra Chiesa?” si chiede Ratzinger “questa esperienza è già stata fatta ed è già fallita” . Che ragionamento sta dietro questa domanda? Essa  è solo discorsiva senza un vero valore? Oppure ci si riferisce alla chiesa di Lefebvre?  Si continua poi con affermazioni positive ricorrenti nella spiritualità quotidiana, per esempio “dobbiamo noi stessi di nuovo imparare a riconoscere Dio come fondamento della nostra vita e non accantonarlo come fosse una parola vuota”  ed altri passaggi simili. Ci fermiamo sui punti  che suscitano osservazioni.  Ratzinger esprime la sua insofferenza per quella che considera  l’estraneità di Dio dalla società, “un mondo senza Dio non può essere altro che un mondo senza senso” in cui “non vi sarebbero più i criteri del bene e del male, dunque avrebbe valore unicamente ciò che è più forte” e infine “la società occidentale è una società nella quale Dio nella sfera pubblica è assente e per la quale non ha più nulla da dire”. Sono parole esplicite che erano alla base anche del suo magistero da papa, mai dette però in modo così chiaro. Non le condividiamo. Esse significano di fatto una chiusura al mondo, alle realtà laiche anch’esse dense di valori, sofferenze e ricerche. Con esse il percorso del cristiano si intreccia , si confronta, cammina insieme nel rispetto ma anche nella condivisione di valori umani e di spiritualità comuni. E’ il rapporto positivo che vogliamo con la secolarizzazione.  Come conseguenza di queste ottiche sul “mondo” Ratzinger sostiene come negativo che Dio non sia stato inserito nella Costituzione europea come “criterio di misura della comunità nel suo complesso”, “Dio viene visto come affare di partito di un piccolo gruppo”. Abbiamo contrastato questa idea di Ratzinger papa. Le radici culturali dell’Europa sono multiformi e ricche, non necessitano di esibizioni o di reciproche concorrenze. In questa fase storica poi le radici cristiane sono “gridate” dalle forze diffidenti dell’Europa e chiuse nel proprio nazionalismo. Il documento continua parlando dell’Eucaristia “declassata a gesto cerimoniale” e poi della Chiesa che “viene in gran parte vista solo come una specie di apparato politico”  e “l’accusa contro Dio oggi si concentra soprattutto nello screditare la sua Chiesa nel suo complesso” ma infine si conclude positivamente perché “c’è pure la Chiesa santa indistruttibile, ci sono molti uomini che umilmente credono, soffrono e amano e nei quali si mostra a noi il vero Dio, il Dio che ama”.

Ci sembra un intervento sbagliato le cui conseguenze non sono state valutate. E’ amaro nei contenuti e tutto chiuso all’interno delle logiche di Chiesa. Non lo pensavamo possibile. Esso ci indica quale è la distanza che separa il preconcilio dallo spirito del Concilio  che è stato rilanciato dal nuovo corso di papa Francesco.

Roma, 12 aprile 2019