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Leggendo l’Instrumentum Laboris per il Sinodo di ottobre

La lettura dell’Instrumentum Laboris , il documento base per la discussione del Sinodo dei vescovi di ottobre sulla famiglia che è stato diffuso dal Vaticano martedì 23, è utile per capire a che punto è il percorso verso questa assemblea dopo mesi di interventi pesanti di ogni tipo da parte di conservatori “importanti” come quelli di alcuni Cardinali e di loro amici. Nel frattempo si sono pronunciati tanti gruppi di base che, per la loro stessa natura, non compaiono sulla scena mediatica mentre invece sono abbastanza rappresentativi di quella vasta area dell’universo cattolico che non si sente molto rappresentata da un’assemblea di dignitari ecclesiastici, anziani, maschi e celibi, senza che una donna o dei giovani vi possano intervenire. Per fortuna, grazie a papa Francesco, in questo caso almeno, il sistema delle risposte al questionario, inviato dalla Segreteria del Sinodo per un’ampia consultazione, ha ovviato in parte a questo deficit di presenze.
Ciò premesso, faccio alcune osservazioni leggendo, punto per punto, le questioni principali come emergono dall’Instrumentum (dopo le conclusioni di ottobre con la Relatio Synodi) che ha dovuto tenere conto della consultazione della base.


I problemi veri della famiglia
La prima parte contiene un elenco dei problemi della famiglia che erano ben poco stati trattati nel Sinodo di ottobre (vedi cap. 12-27). Questa parte del documento sembra rendersi conto dei limiti di un’attenzione alla famiglia relativa solo alle questioni di coppia . Vi si parla dei problemi sociali, delle politiche economiche che penalizzano la famiglia, delle esclusioni che la riguardano, del suo impoverimento, delle migrazioni, dei malati, degli anziani e via di questo passo. Mi pare che la voce dal basso arrivata dai questionari si sia quì fatta sentire. E ciò è importante. Nel testo di “Noi Siamo Chiesa” del 15 aprile queste cose le avevamo dette con molta determinazione. Sicuramente non sarà nostro merito (non ci riteniamo capaci di essere molto ascoltati) ma ci fa piacere constatare che si potrebbe ampliare davvero lo spettro, fino ad ora angusto, delle riflessioni nel prossimo Sinodo su tutte queste tematiche. Avevamo chiesto più attenzione al problema del rapporto genitori/figli , a tutte le relative dinamiche educative. Su questo non ci siamo. La famiglia sembra essere una questione per adulti; dei bambini se ne parla solo per constatare le loro sofferenze in caso di crisi tra i genitori (così anche papa Francesco nella catechesi di mercoledì 24) ma non basta.
La sfida bioetica
La “sfida bioetica” (cap.34): si dice che c’è e basta. Forse è un esplicito rinvio che denota forse una certa difficoltà ad affrontarla. Meglio così che facili giudizi o demonizzazioni .Ma è ormai una questione urgente, riguarda la procreazione assistita e tante altre cose connesse. La realtà galoppa. Ogni anno o quasi, nascono altri problemi eticamente delicati e complessi. Mi auguro che, in un prossimo futuro, si affronti queste questioni partendo non da qualche dictat della Congregazione per la dottrina della fede, more solito, ma dalla realtà e con uno spirito di dialogo con tutti che sappia sempre tenere presente la distinzione tra reato e peccato e che si affidi alla capacità educativa e di accoglienza propria della parte migliore della pastorale della nostra Chiesa.
Omosessuali
Sulla questione generale dell’approccio alla realtà e al vissuto degli omosessuali (cap. 131) proprio non ci siamo. Ci sono due righe e mezzo in cui si ripete la solita minestra riscaldata secondo cui “ogni persona, indipendentemente dalla propria tendenza sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con sensibilità e delicatezza, sia nella Chiesa che nella società”. Queste cose le diceva già il Catechismo del 1992 (cap.2358). Tutto il dibattito prima, durante e dopo il Sinodo di ottobre viene ignorato; eppure ci risulta che dalla base cattolica siano pervenute a Roma molte sollecitazioni di segno ben diverso da questo comodo e imbarazzato silenzio. Ricordo che nella Relatio post disceptationem del 13 ottobre vi erano state aperture; si disse allora “ si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partners”. Questo testo significava una qualche vera apertura al valore e al senso delle coppie gay.
Conviventi e sposati civilmente
L’instrumentum laboris conferma l’apertura alle coppie conviventi e a quelle sposate civilmente. La realtà qui si è imposta dal basso. Non posso non ricordare quanto sia diversa questa posizione, che probabilmente passerà in ottobre, da quella predicata per tanti anni secondo la quale erano “pubblici peccatori” quanti non si sposavano o si sposavano civilmente. Ora la comunità cristiana deve impegnarsi a cercare di accompagnarli verso il matrimonio-sacramento e questo mi sembra giusto.
Humanae Vitae
Per quanto riguarda l’enciclica Humanae Vitae c’è un passo in avanti ma noi ci saremmo aspettati la presa d’atto esplicita che essa non è più credibile né letta e quindi o la sua sconfessione esplicita (cosa molto difficile da fare, me ne rendo conto) oppure un silenzio che fosse indicativo di una decadenza di fatto del documento . Il parlare ancora di “ ricchezza di sapienza contenuta nella Humanae Vitae” (cap. 137) serve solo a sostenere che il papa (in questo caso Paolo VI) non sbaglia mai, ad uso e consumo dei burocrati dell’ortodossia diffusi dovunque ma non del popolo cristiano. Il passo in avanti (me ne rallegro davvero) consiste nell’aver previsto oltre alla “indicazione morale oggettiva” anche “il ruolo della coscienza… se la norma morale viene avvertita come un peso insopportabile, non rispondente alle esigenze e alle possibilità della persona”. Allora dice il testo “la coniugazione dei due aspetti, vissuta con l’accompagnamento di una guida spirituale competente, potrà aiutare i coniugi a fare scelte pienamente umanizzanti e conformi alla volontà del Signore” (in definitiva a svincolarsi dai precetti dell’enciclica). Questo è il passo in avanti , che prima non c’era e che permette di salvare capra e cavoli agli occhi della norma canonico-ecclesiastica. Può andare bene anche così, ma proprio non è necessario l’accompagnamento di una “guida spirituale competente” dal momento che essa non è mai stata cercata né considerata necessaria dalle coppie cristiane su tale questione.
Nessuna esclusione per presenze liturgico-pastorali
Sui divorziati risposati la cosa più interessante è l’apertura alla possibilità, per essi, di partecipare nella comunità cristiana a presenze liturgico-pastorali (cap.120) e ad attività di tipo educativo e caritativo. Mi sembra un oggettivo passo in avanti e l’eliminazione di tante sofferenze e di tante esclusioni. Penso a quanti si sono visti rifiutare la possibilità di fare il padrino o la madrina oppure l’insegnante di catechismo o di partecipare alle strutture parrocchiali. Se questa linea passasse e si generalizzasse non si capirebbe proprio più perché questi divorziati risposati, presenti in questo modo a pieno titolo in parrocchia, dovrebbero avere ancora problemi ad accostarsi all’Eucaristia senza suscitare scandalo.
Eucaristia e divorziati risposati
Per quanto riguarda la condizione dei divorziati risposati il testo inizia ipotizzando procedure più rapide per i procedimenti di nullità del vincolo davanti ai Tribunali ecclesiastici e l’eliminazione della necessità di due sentenze conformi; la proposta di affidare al vescovo un provvedimento di tipo amministrativo per decidere al posto del Tribunale ha fatto marcia indietro rispetto alla Relatio Synodi . Non mi sembra una buona cosa perché parrebbe confermare così, senza eccezioni, tutto il sistema giurisdizionale tradizionale che “ Noi Siamo Chiesa” ha sempre criticato come soluzione alla crisi della coppia, quello cioè di trovare delle nullità del vincolo matrimoniale ab origine (difetto della volontà, esclusione della volontà di avere figli ecc…) per matrimoni nella gran parte del tutto regolari . L’Instrumentum Laboris per la crisi del rapporto di coppia , in cui nessuno sostenga questioni di nullità, indica due possibili soluzioni. La prima quella rigida, tradizionale (che, al massimo, prevede la continenza della coppia nei loro rapporti, permanendo la convivenza), la seconda ipotizza un percorso penitenziale cioè “ un processo di chiarificazione e di nuovo orientamento, dopo il fallimento vissuto, accompagnato da un presbitero a ciò deputato. Questo processo dovrebbe condurre l’interessato a un giudizio onesto sulla propria condizione, in cui anche lo stesso presbitero possa maturare una sua valutazione per poter far uso della potestà di legare e di sciogliere in modo adeguato alla situazione” .Questo è il testo troppo tortuoso che , comunque, lascia aperto il dibattito al Sinodo , nel quale si prevede che i conservatori vorranno fare le barricate perché considerano intoccabile la dottrina. Io faccio l’ipotesi che le risposte al questionario abbiano dato in maggioranza indicazioni diverse, cioè favorevoli a un pieno accoglimento nella Chiesa del divorziato risposato ma che la segreteria del Sinodo su questa questione si sia impantanata. Questo testo è un passo in avanti rispetto al n.52 della Relatio Sinodi ? Difficile dirlo. L’impressione è che la questione sia del tutto aperta e che toccherà a papa Francesco trovare qualche soluzione pastorale perché modificare esplicitamente la dottrina, come sarebbe logico, ricorrendo anche alla storia della Chiesa, incontri resistenze che non ci sarebbero se la composizione del Sinodo fosse più rappresentativa del Popolo cristiano. Se poi la soluzione diffusa fosse quella, già abbastanza praticata, che ogni credente si comporta secondo coscienza la Chiesa, nel suo magistero, avrebbe perso l’occasione di essere maestra di accoglienza e di misericordia nel confrontarsi con il vissuto del credente nell’Evangelo che partecipa alla vita della comunità cristiana.

Vittorio Bellavite, coordinatore di “Noi Siamo chiesa”

Roma, 25 giugno 2015