Alexander
Langer: Chiesa e democrazia
Relazione
di Alexander Langer al congresso della ”Paulus-Gesellschaft”: ”Strutture
autoritarie nella chiesa e nella società: strategie per cambiamenti” tenuta
a Tubinga nel maggio 1969
Pubblicata dalla rivista ”Testimonianze” nel numero 119 del Novembre 1969 (la rivista dell’indimenticabile padre Ernesto Balducci). La traduzione del testo tedesco ha fornito lo stesso Alexander Langer.
Contro la falsa ”democratizzazione” della chiesa
L'amico
Alexander Langer, che ha già offerto buoni contributi alla nostra rivista, ha
partecipato nel maggio scorso al congresso della Paulus-Gesellschaft (l'associazione
cattolico-marxista che promuove confronti culturali ad alto livello) tenutosi
a Tubinga, sul tema "Strutture autoritarie nella chiesa e nella società
- Strategia per la loro modificazione". Il Langer con la relazione che
qui pubblichiamo si è collocato in quel gruppo di interlocutori (tra di essi
il noto e contestatissimo teologo tedesco Hubertus Halbfas) che ritengono
ormai fuori stagione un certo tipo di congressi che mirano al 'confronto' tra
il cristianesimo e le varie ideologie.
La
riflessione del Langer ci trova concordi nelle istanze da cui muove e nelle
conclusioni a cui giunge. Per conto nostro preferiamo scoprire
l'arretratezza e la contraddittorietà delle
istituzioni ecclesiastiche con un metodo più direttamente teologico che le
ponga in confronto critico con lo statuto scritturistico della chiesa e in
secondo luogo con le linee di fondo della dottrina conciliare. La nostra
preferenza si basa sulla convinzione che le categorie sociologiche non sono
adeguate ad una verifica sicura della conformità della chiesa storica con il
suo intimo essere, né ad un progetto di riforma capace di restituirle per
intero la sua 'originalità'. E tuttavia l'approccio sociologico è
indispensabile per fornire la comprensione dei modi e della misura con cui la
chiesa è rimasta imprigionata nel sistema delle forze storiche
strutturalmente ostili alla piena libertà dell'uomo. Le risultanze di questo
tipo di analisi rimandano necessariamente alla Scrittura e alla dottrina
conciliare obbligando però all'uso di una ermeneutica nuova da cui nemmeno la
teologia potrò ormai prescindere.
La
traduzione della conferenza — presentata al congresso in lingua tedesca—ci
è stata fornita dallo stesso Langer, il quale è, come molti nostri lettori
sanno, un esponente del movimento altoatesino che propugna, su basi sociali e
culturali avanzate, il superamento del dualismo dei due gruppi linguistici,
reso rigido anche da una passiva subordinazione della chiesa alle passioni
etniche. La conferenza, in alcuni momenti, risente con evidenza del
particolare clima in cui il nostro amico conduce avanti la sua lotta.
Introduzione
da ”TESTIMONIANZE”
Lasciare
ogni speranza?
Certamente
si può essere dubbiosi se oggi abbia ancora un senso occuparsi di rinnovamento,
“ democratizzazione ”, riforma, ecc. della chiesa (o delle chiese; qui mi
limiterò a considerare la situazione di quella cattolica, pur ritenendo in
linea generale applicabile il discorso anche alle altre chiese, magari in misura
minore). Si potrebbe obiettare p. es. che l'atteggiamento obiettivamente
conservatore e spesso reazionario della chiesa storicamente risulta così
evidente da condannare “ a priori ” ogni speranza di rinnovamento ed ogni
tentativo in quella direzione. Tale sfiducia potrebbe essere condivisa anche da
cristiani che di per se non vorrebbero rinunciare alla chiesa tout court o
magari a questa chiesa addirittura e che non se la sentono di buttarla a
mare. Una seconda obiezione, questa forse maggiormente di provenienza
“extra‑ecclesiale” (ma non esclusivamente, e posto che la distinzione
possa farsi), potrebbe voler mettere in guardia contro l’autoillusione o
contro l'eccessivo narcisismo di quell’istituzione “ chiesa ” che in fondo
per i processi storici di ampio respiro nel nostro tempo riveste scarsa
rilevanza; si potrebbe cioè sostenere che la trasformazione del mondo avverrà
anche senza e al di là delle chiese, e volersi allora occupare ancora di un
loro rinnovamento potrebbe rivelarsi preoccupazione ridicola e provinciale.
A
queste due serie obiezioni, e ad altre pensabili, vorrei provvisoriamente
contrapporre due argomenti.
In
primo luogo il rinnovamento di questa chiesa e l'avvicinarla alla sua
missione di testimonianza e profezia per dei cristiani credenti che in essa
nonostante tutto vedono considerevoli vestigia della comunità di Cristo è una
esigenza autentica. Questi cristiani credenti almeno vogliono esperire tutti i
possibili tentativi prima di rassegnarsi a constatare che ogni sforzo e vano.
Personalmente condivido attualmente questa posizione.
In
secondo luogo però vi è anche un altro argomento da prendere in seria
considerazione, e questa volta per niente fideistico: visto che la chiesa esiste
e visto che non c'è da sperare in una sua rapida scomparsa (senza
organizzazioni succedanee), si può almeno tentare di modificarne l'attuale
presenza in modo da superare la sua opera obiettivamente frenante e repressiva
nella società e mettere il suo potenziale umano ed “ideologico” a servizio
di obiettivi diversi da quelli sinora serviti.
Personalmente
mi rendo conto dei limiti che questa seconda posizione - eminentemente tattica -
comporta; credo però che anche la scelta tattica possa essere condivisa,
quando le nuove posizioni cui si vuole arrivare siano più vicine all'Evangelo
di quelle vecchie, che chiaramente non lo sono.
Con
tutta provvisorietà, dunque, ritengo di dover dare risposta affermativa al
quesito se abbia ancora senso occuparsi di rinnovamento della chiesa, e che non
sia quindi da lasciarsi ogni speranza.
In
una società che nel complesso (parlo prevalentemente della società sviluppata
in cui ci troviamo inseriti) tende a muovere sempre ulteriori passi verso la sua
emancipazione, e nella quale gli elementi della democrazia, della partecipazione,
dell'autonomia responsabile, del dialogo, della partnership ecc. assumono
un valore spesso indifferenziato, ma comunque inconsapevolmente notevole, è
chiaro che le chiese (e specie quella cattolica, essendo la più antica e la
meglio organizzata) diano in qualche maniera l'impressione di trovarsi “ fuori
del tempo ”. È questa, una critica frequente e superficiale che molti
rivolgono alla chiesa; ma è chiaro che il rimprovero che si basa
sull'“anacronismo ” di per sé non è molto profondo, né porta a sviluppi
del discorso. Tuttavia la crisi diffusa che coinvolge tutte le strutture
consolidate nel nostro tempo e che spesso parte da constatazioni cosi banali
come quella dell'anacronismo, nella chiesa trova un focolaio di immediata e
facilmente verificabile evidenza. Se nella “ società profana ” (specie
nei paesi più progrediti), studenti rivoluzionari, sociologi, insegnanti,
giornalisti, sindacalisti e politici fanno fatica a smascherare la
mistificazione spesso assai abile sotto la quale si celano strutture autoritarie
ormai razionalizzate ed apparentemente indolori, e se spesso la base
popolare ben addormentata e sapientemente ingannata non riesce a intravedere i
reali rapporti di potere e di subordinazione, nella chiesa le strutture
autoritarie e di potere, ormai cristallizzate in secolari incrostazioni, sono di
una tale allarmante evidenza che facilmente possono essere percepite anche senza
grandi sforzi di analisi. Certo, i sintomi che colpiscono talvolta di più
l’opinione pubblica o gli stessi fedeli, non sono nemmeno sempre i più gravi;
tuttavia ormai si può dire che nella chiesa l'insofferenza verso situazioni
insostenibili si generalizza sempre più, ed il conflitto con una struttura
autoritaria e rigida è sotto gli occhi di tutti; basti pensare a recenti fatti
di cronaca che sembrano avvenuti apposta per confermare una critica insofferente
— ma spesso generica—verso la chiesa “ anacronistica ”: che si tratti
della Hamanae vitae o del dibattito sul celibato, del cardinale Siri o
Florit, dell'“Osservatore Romano ” o della crociata contro il divorzio, del
governo della chiesa o della regolamentazione della liturgia, ecc.
In
verità sono però ben più profonde, ovviamente, le ragioni dell'inquietudine
nella chiesa, ed anche di quell'inquietudine che non sgorga dalle forze vive
della chiesa stessa, ma da ragioni per cosi dire, esterne ed obiettive. Non è
qui il luogo per analizzarle, ma basti richiamarsi in mente la profonda
insicurezza che pervade tante strutture (esterne ed interne) della chiesa in
seguito al crollo della fondazione aristotelico‑tomistica di un sistema
dottrinale e di potere, alla coincidenza mancata della chiesa cattolica (da
circa quattrocento anni) con la storia culturale contemporanea nelle varie
epoche, alla tecnicizzazione e alle dimensioni di massa del mondo d'oggi, alla
incipiente liberazione di molti uomini e gruppi da secolari tutele, per
comprendere questi ed altri fattori non possono più essere scongiurati con
alcun esorcismo né con alcuna scomunica, e tantomeno possono essere ignorati
con abili manovre diversive. È altrettanto noto che la chiesa nelle sue
strutture “ sociali ” (organizzazione della collettività ecclesiastica) si
trova con circa due secoli di ritardo rispetto allo sviluppo della “ società
profana ” in Europa, e che solo in questo secolo essa inizia a far proprie le
esigenze delle prime monarchie costituzionali.
Il
disagio provocato da tutti questi ritardi ed “ anacronismi ” doveva per
forza ripercuotersi prima o dopo anche sul processo di presa di coscienza
all'interno della gerarchia ecclesiastica; tale presa di coscienza ha avuto—a
livello di gerarchia— sinora il suo momento culminante nel Concilio, dove una
certa presa d'atto della situazione reale è avvenuta e dove la gerarchia ha
risposto con una riflessione che—vista a distanza di qualche anno—pare
addirittura più avanzata rispetto al
reale livello di consapevolezza che era ed è presente in chi materialmente
ha presa le deliberazioni conciliari, pur in sì non proprio strabilianti per
audacia o novità.
Conosciamo
comunque la risposta che il Concilio (specie nella Lumen gentium) ha dato
in teoria: spunti per una nuova “autocoscienza ” della chiesa sono stati
elaborati, ed anche ufficialmente si cominciò a parlare di “ popolo di Dio
”. Da qui prenderanno le mosse le seguenti riflessioni sulla “
democratizzazione ” della chiesa.
Nei
primi passi verso la realizzazione—assai parziale, sempre ostacolata e vista
dall'alto con molta diffidenza—di quest'idea del “popolo di Dio ”, si sono
manifestati, a mio avviso, con rinnovata evidenza alcuni complessi d'inferiorità
ecclesiastici. I tre più importanti di questi complessi mi sembrano essere i
seguenti:
—la
chiesa risultava essere un'istituzione dominata dalla casta del clero, facendo
distinguere dunque con cristallina chiarezza il ceto dominante da quello
dominato (le stratificazioni all'interno della clerocrazia qui non hanno
rilevanza), come nel resto della società difficilmente avveniva ancora. La
distinzione castale dei duo genera christianorum era di una cosi evidente
unilateralità che essa non poteva non provocare disagio e reazioni;
—la
discrepanza fra la politica intra‑ecclesiastica, in cui si perpetuavano più
o meno le pratiche di governo delle monarchie di un tempo, di stile
assolutistico e di polizia, e la liberaldemocrazia nel frattempo creata dalla
borghesia occidentale, doveva pure ripercuotersi, se non si voleva rinunciare
anche alla borghesia nella chiesa per ritirarsi sui residui bastioni della
società feudal‑agraria;
—la
concorrenza di un mondo tecnocratico e razionalizzato, volto verso
l'efficientismo (particolarmente nel mondo economico, nei mass-media, ma anche
nel sistema d'istruzione), denunciava in un modo per molti insospettato
l'obsolescenza del millenario ed in fondo sempre funzionante apparato
ecclesiastico.
Di
fronte a questi complessi di inferiorità, cui altri potrebbero facilmente
essere aggiunti, molti hanno creduto di dover reagire “democratizzando ” la
chiesa. Anzi, una buona parte di “ progressisti ”—ai vari livelli, ma
specie tra il clero più giovane e tra i “ laici impegnati ”—con molta
convinzione porta avanti il discorso sulla “ democratizzazione ” della
chiesa (nei paesi dell'area culturale germanica—Germania, Austria, Svizzera,
Olanda: da, talvolta anche nel mondo anglosassone, ecc.—questa tendenza è
molto diffusa; in Italia in parte non è ancora venuta alla superficie
per il maggiore disinteresse verso la chiesa e la maggiore capacità di
resistenza delle vecchie strutture). In pratica la cosiddetta
“democratizzazione ” che spesso si rivendica o si attua, si manifesta cosi:
a)
lo
strato esclusivamente clericale di funzionari ecclesiastici viene arricchito di
alcuni o molti “laici ”, ai quali il clero (tra l'altro in fase di
diminuzione quantitativa) cede una parte del suo potere, ottenendo in cambio
l'adeguamento di questi “ laici ” ai propri modelli di pensiero e
comportamento. Nascono quindi i numerosi “laici impegnati a full-time ” o
“ funzionari‑laici ”, la cui presenza ed il cui numero da taluno
mene valutato come indizio di una chiesa più “democratica ”. Pare che non
ci si voglia accorgere come in questi casi il principio della distribuzione e
dell'esercizio del potere ecclesiastico ed il conseguente “ clericalismo ”
non si modifichino affatto; e riflessioni più profonde, magari teologiche, non
si vogliono arrischiare.
b)
Si vuole colmare la discrepanza verso le strutture politico-istituzionali
mondane introducendo anche nella chiesa (come al solito in ritardo, naturalmente)
cosiddetti elementi “ democratici ” o rappresentativi, che nei casi più
audaci si possono intendere quale ricupero dell'esperienza liberaldemocratica e
parlamentare borghese (“ consigli di laici ”, consulte e consigli vari,
liberalizzazione della stampa ecclesiastica, aggiornamento esteriore e timidi
approcci verso principi di rappresentatività...) o quale codificazione di un
nuovo e forse anche più liberale—o almeno più razionale—formalismo
canonico con l'ausilio del quale la nuova “borghesia” (=terzo stato)
ecclesiastica intende garantirsi il mantenimento delle sue conquiste. Tale “
terzo stato ” nella chiesa oggi potrebbe essere visto nei “ laici impegnati
”, nei teologi e sacerdoti scontenti o desiderosi di contare di più, ecc., e
le loro tipiche rivendicazioni in una certa fascia di riformismo vanno infatti
in tale direzione: si vogliono sistemi elettorali più rappresentativi (il
miraggio della proporzionale, che obiettivamente costituisce un progresso
rispetto al principio monarchico-corporativo attualmente dominante), un sistema
di garanzie processuali e ricorsi contro abusi curiali, ecc. — tutto sommato
un garantismo ancora formalistico e qualitativamente non più vicino
all'Evangelo del precedente assolutismo o paternalismo.
c)
Il ritardo infine delle istituzioni ecclesiastiche sotto il profilo
dell'efficienza razionalizzata e forse tecnologica viene ricuperato attraverso
la conquista della “ modernità ” che comporta indubbiamente delle strutture
e degli strumenti esteriormente nuovi e più razionali. L'uso dei metodi tipici
dell'economia e delle grandi aziende (ricerche di mercato, indagini sociologiche,
parziale uso della psicologia...), la ricerca di managers ecclesiastici,
il servirsi di televisione, radio, stampa più “ moderna ” (cfr. le vicende
di “Famiglia cristiana ”, p. es.), le tecniche di public‑relations,
l'aggiornamento in senso efficientistico delle istituzioni culturali e
caritative, ecc., testimoniano della preoccupazione della chiesa di recuperare
terreno laddove prima un certo tipo di ascetismo oppure il sempre latente
oscurantismo avevano precluso certe strade.
Il
conglomerato di un simile “ attivismo laicale ”, giuoco parlamentaristico e
razionalizzazione aziendale (che non possono in questa sede essere ulteriormente
analizzate), agli occhi di molti passa per “ aggiornamento ” o “
democratizzazione ” della chiesa, ed infatti molti cosiddetti “ cristiani
adulti ” oggi si muovono anche con entusiasmo verso questo tipo di conquiste.
Tale riformismo è, a mio giudizio, forse ancora più pericoloso
dell'atteggiamento reazionario ottuso tipico della curia romana e degli
esemplari più retrivi della gerarchia ecclesiastica, poiché rischia di deviare
uno slancio ed una tensione seria verso obiettivi trascurabili e comunque non
qualificanti. L'esperienza attuale del cattolicesimo italiano ufficiale più
avanzato (certi settori dell'azione cattolica, p. es.) va proprio in questa
direzione, ed anche numerosi vescovi e preti tendenzialmente “ aperti ”
camminano, in fondo, su questa via.
In
effetti le manovre di adeguamento o integrazione sopra accennate non toccano né
la sostanza delle strutture autoritarie di potere nella chiesa, né—e ciò è
più grave—la funzione della chiesa nel mondo, e rappresentano quindi un
riformismo altamente mistificante.
Ma
chiediamoci cosa si vuole quando si parla di “democratizzazione ” della
chiesa, o cosa intenzionalmente si potrebbe volere.
Secondo
me una possibile “ democratizzazione ” della chiesa può volere solo una
globale trasformazione delle strutture e dei comportamenti intra‑ecclesiali,
con l'obiettivo e la prospettiva di rendere la chiesa veramente capace di
adempiere alla sua funzione di servizio all'umanità. Solo in questa prospettiva
“funzionale” la modificazione della situazione intra‑ecclesiale ha
qualche senso, poiché al di fuori di essa cristiani e non‑cristiani
potrebbero in fondo rinunciare a voler ancora emendare una chiesa che tutto
sommato potrebbe sembrare irrecuperabile. Se invece si crede in una funzione
della chiesa verso l'umanità, allora mi sembra di rilevantissima importanza che
la chiesa sia una comunità in fraternità nella quale Dio possa essere
conosciuto come l’Incarnato; che i “ segni ” attraverso i quali una simile
comunità si esprime e si ordina rendano il più trasparente possibile il
significato da essi inteso e che le concrete strutture si misurino via via sulla
coscienza ecclesiale teologicamente fondata e che col cambiare e progredire di
essa anche le strutture storicamente si modifichino e progrediscano. La comunità
cristiana ha una missione di annuncio, che oggi spesso può essere sentito o
compreso unicamente attraverso il modo della sua presenza e della sua realtà
esperibile e verificabile da tutti. Non si può dire che “ in fondo ” le
strutture della chiesa o il dato fenomenico poco importano, e che “ in
sostanza ” è la natura della chiesa che conta: è veramente un chiedere
troppo alla capacità di immaginazione degli uomini se si pretende che essi
credano al messaggio nonostante e contro l'evidenza di quella comunità che nel
messaggio evangelico si dichiara amministratrice!
Se
quindi si chiede trasformazione o, per restare allo slogan, “democratizzazione
” della chiesa, ciò avviene non certo per imitare goffamente certe strutture
statuali (come sembrano invece pensare quei monsignori che ci ammoniscono che la
chiesa non si può democratizzare come la società civile...), né per liberarsi
finalmente da un secolare ritardo storico e per poter magari presentare al mondo
come nuovo alibi un aggiornato tipo di societas perfetta. Nemmeno, in
fondo, per estendere finalmente anche alla chiesa quella tendenza verso la
democrazia che il nostro tempo—grazie a Dio—contiene, e che certamente nella
chiesa è ancora di là da venire. No, dalla chiesa e dalla sua
“democratizzazione” è chiesto molto di più, e le ragioni sono ben più
profonde. Vedremo che lo sviluppo delle implicazioni potrebbe diventare molto
pericoloso per l'attuale istituzione ecclesiastica
a)
De-istituzionalizzazione
Per
rendere più chiaro il discorso concentrerei l'esigenza che comunemente si cela
dietro allo slogan della “ democratizzazione ”della chiesa su tre
linee fondamentali: de-istituzionalizzazione della chiesa; ricerca di una sua
nuova collocazione pastorale e sociologica; realizzazione della sua funzione
verso il mondo.
Esaminiamo
in primo luogo l'aspetto della de-istituzionalizzazione. Contemporaneamente al
crollo della metafisica, del pensare in termini di assoluto delle certezze
fondate sull'autorità, anche tutta una serie di categorie collaterali devono
lasciare libero il campo; per esempio la trasferibilità delle pretese assolute
dalla dottrina alle strutture ecclesiastiche, la distinzione ben fissata e la
tradizionale complementarità fra sfera spirituale e profana, fra preti e laici,
fra chiesa e mondo, fra il privato e il pubblico, fra ' dentro ' e ' fuori '
della chiesa...: tutto ciò aveva la sua collocazione predeterminata e precisa e
la competenza ad esprimere “ la dottrina della chiesa ” oppure “ la
opinione cattolica ” con validità generale verso tutti, aveva precisi
titolari. Si sapeva chi apparteneva alla chiesa e chi non, e quando “ la
chiesa ” aveva parlato. Una mentalità legalistica fondata sulle categorie del
diritto romano pretendeva di imprigionare l'inafferrabilità della comunità che
attende e testimonia il Signore entro criteri controllabili e verificabili (sempre
salva la valvola di sicurezza del “ foro interno ”).
Anche
un certo tipo di insistenza sulla continuità e specialmente sull'unità della
chiesa, pur apparentemente così soprannaturale e spirituale, in fondo non
faceva riferimento ad altro che all'istituzione.
È
difficile esprimere cosa qui si voglia intendere per istituzione: essa è una
realtà organizzativa, ben costituta ed ordinata nella quale ogni attività
propulsiva si ritiene automaticamente delegata al funzionariato e nella quale
gli elementi necessarì sembrano essere soprattutto la gerarchia della
burocrazia dispensando la comunità di base da un proprio apporto essenziale (ove
venisse ugualmente sarebbe certamente accidentale, se non addirittura
indesiderato ed ostacolato).
Finché
la chiesa-istituzione non sarà morta, ogni “democratizzazione ” secondo me
resterà priva di senso e porterà a delle inestricabili contraddizioni. Finché
il concetto di “ chiesa ” come astrazione (la cui concreta rappresentanza
competeva secondo precise regole giuridiche all'apparato burocratico
ecclesiastico) non sarà scomparso e finché al posto dell'istituzione chiesa
con tutto il suo fasto e la sua obbligatorietà non subentrerà la comunità
cristiana (che non si definisce per la sua adesione all'istituzione), una chiesa
pur “democraticamente ” costituita ed ordinata resterà sempre ancora
menzogna e presunzione. Essa infatti pretenderebbe ancora di cogliere delle
situazioni fondamentalmente non verificabili con delle categorie inadeguate e di
rappresentarle sotto la maschera di una “ autenticità ” che invece
l'istituzione non può garantire.
Basti
pensare ad alcuni interrogativi molto comuni. Chi è che parla “ a nome ”
della chiesa? Chi è la chiesa intesa in questo senso? La chiesa‑gerarchia?
Il clero ed i laici‑funzionari? La maggioranza di questi ultimi? O chi
altro?
Solo
quando ogni cristiano potrà diffusamente e senza riferimento ad un'istituzione
astratta parlare parimenti “ per la chiesa ”—e quando di conseguenza una
simile usurpazione di “autorevolezza ” diventerebbe superflua o comunque
cadrebbe da sé—si potrà constatare la scomparsa della istituzione astratta.
Allora scomparirebbe finalmente anche quella schizofrenia che attualmente tanto
spesso si nota nel clero, e fra i vescovi in particolar modo, per cui professano
opinioni diverse quando parlano “ in quanto ” uomo, cittadino, prete,
vescovo, cristiano, e così via, o per cui almeno dicono le loro opinioni solo
in certe circostanze e qualità.
La
chiesa come istituzione astratta, priva di ogni comunità effettivamente
partecipante e ricca solo di un apparato opprimente di fasto, potenza e
dominazione, con i suoi funzionari giuridicamente legittimati, non può e non
deve essere democratizzata, ma solo abolita.
Non
ha senso quindi, ritengo, perfezionare e magari “liberalizzare ” o
circondare di precise garanzie—come era stato chiesto da illustri teologi—le
strutture e procedure dell'“ ex ” S. Uffizio: significherebbe ancora una
volta voler avallare l'idea di strutture giuridicamente organizzate che
pretendono di rendere verificabile e controllabile ciò che invece non può
essere verificato e controllato—se non forse in maniera “ radicaldemocratica
” e, nella chiesa, carismatica.
Non
credo che la chiesa, intesa una volta come comunità fraterna, possa rinunciare
ad ogni elemento ordinatore; senz'altro sarà ancora in qualche modo “
costituita ”, ma anche qui la via ha da passare dal basso all'alto, e non può
esservi ordinamento costituito prima che vi sia la comunità. Ed i ministri non
dovranno mai perdere il loro riferimento alla comunità, e tutti insieme
all'Evangelo.
In
pratica evidentemente un simile cammino condannerebbe a scomparire ogni
“opinione della chiesa”, finché essa non si sia “rifondata ”; e
mi sembra chiaro che solo la comunità concreta, oppure una pluralità di
comunità concrete (p. es. locali) potranno validamente esprimere posizioni,
agire come chiesa, ecc. —mai l'istituzione in astratto o al vertice.
Mi
sembra evidente che in una tale prospettiva ogni “democratizzazione ”
dell'istituzione—che non superi l'elemento dell'apparato istituzionale—va
rifiutata, anche se l'istituzione tenderà sempre più a “ concedere ”
simili riforme pur di sopravvivere: si pensi alla “ riforma ” del diritto
canonico, alla modernizzazione di certe istituzioni (i vari nuovi segretariati
vaticani, p. es.), ecc. Solo ove l'identità della comunità cristiana ha
effettivamente (e non solo in senso formaldemocratico o addirittura giuridico)
raggiunto un grado che consenta l'astrazione (il parlare a nome di essa, p.
es.), e dove non si pongono limiti burocratico-giuridici insormontabili
all'azione dello Spirito, una “costituzione” e quindi anche un “
ordinamento ” della chiesa ha senso e può essere accettato. Ma ciò al
momento attuale si verifica in genere solo per piccole comunità di base.
La
chiesa attuale invece è altamente istituzionalizzata, poiché la realtà della
comunità dei fedeli ha solo una minima (spesso nessuna) identità col ministero
ed ordinamento costituito, ed è al contrario fortemente sviluppato il
tradizionale apparato che vive un suo automatismo di vita propria. I tentativi
di ricupero che la struttura—ormai comunque in ritardo—compie, si rivolgono
nella generalità dei casi solo all'obiettivo di suscitare un processo di
interiorizzazione coatta, fondata sull'obbedienza alla struttura, con l'apparato
sacralizzato vigente (il papa in testa): per colmare il visibile abisso fra
struttura “ legale ” e “ reale ” si vuole (analogamente al riformismo
civile) reintegrare il moto reale nell'apparato, magari qua e là modificato!
Si
può fondatamente supporre che una chiesa non istituzionale nel senso qui
accennato sia più vicina all'Evangelo di quella attuale: “uno solo è il
vostro maestro, voi tutti però siete fratelli... ”. Basti pensare al modello
delle chiese apostoliche.
b)
Chiesa dei poveri e di base
Un
secondo momento da considerare è il progressivo distacco tra la chiesa (attuale
sedicente comunità dei credenti) e quei popoli o classi sociali cui la buona
novella è dovuta principalmente i poveri cioè, nel linguaggio biblico, e
coloro che soffrono lo sfruttamento, l'alienazione di ogni genere in linguaggio
moderno. Già l'incomprensibilità del linguaggio ecclesiastico, i riferimenti
socioculturali nel messaggio della chiesa, la sua collocazione storica fra i
popoli ricchi della terra e spesso fra le classi agiate nelle singole nazioni, i
suoi costanti e continui compromessi col potere politico, economico, militare,
ecc. ne fanno una chiesa certamente né povera, né ordinata ai “ poveri ”.
Anzi, i poveri nella nostra società si possono trovare nella servitú di
molteplici alienazioni ed oppressioni, ma finora la chiesa è stata più che
altro un efficacissimo fattore di integrazione, un comune punto di riferimento
ad effetto interclassista, per consolare ed appianare contrasti— l'oppio dei
popoli davvero—ed operava nel migliore dei casi piuttosto la “ carità
”attraverso le sue istituzioni, ma non dava con l'annuncio della lieta novella
ai “poveri” una forza liberante e capace di portarli alla auto‑liberazione.
Ma
qui entriamo già nel terzo punto da considerare, inerente alla funzione della
chiesa verso il mondo, la società. È ora infatti di abbandonare quel
narcisismo ecclesiale che porta a considerare i problemi della chiesa riferiti
solo ad essa stessa, quasi fosse entità a sé, e pensare invece ad eventuali
servizi da rendere agli uomini—se la chiesa deve avere ancora una funzione. In
ogni caso quindi i discorsi sulle strutture ed il rinnovamento della chiesa sono
puramente propedeutici, ed al limite inutili: anche una chiesa rinnovata serve
solo nella misura in cui sappia promuovere il regno di Dio, servire l'uomo. In
questo vedrei il suo ufficio profetico.
c)
Ufficio profetico
Ci
siamo abituati ad una chiesa che operava soprattutto come istituzione di una
salvazione localizzabile, con un vasto apparato di riti, norme morali, strutture,
dogmi che pretendeva di amministrare “ oggettivamente ” la salvezza del
mondo. Anche le strutture organizzative e sacramentali della chiesa si
intendevano oggettivamente operanti (ex opere operato), e quindi
l'appartenenza alla chiesa veniva vista come via normale e principale alla
salvezza. Obiettivo pastorale e ragione di presenzi nel mondo di una simile
chiesa era, naturalmente, la propria propagazione missionaria, l'acquisizione di
nuovi fedeli, o — in tempi più recenti—almeno la conservazione di quelli
esistenti.
Certamente
oggi la comprensione teologica rinnovata ha largamente superato il ritualismo ed
automatismo della realtà di salvezza, e quindi assai relativizzato la necessità
di appartenere alla chiesa istituzionale. Invece acquista nuovo rilievo
l'ufficio profetico della comunità cristiana.
Parlando
qui di strutture della chiesa, vorrei tentare di vedere l'ufficio profetico
della chiesa sotto un angolo visuale particolare, cioè quello delle strutture
stesse. Sinora le strutture ecclesiastiche sono state intese prevalentemente ad
intra, per l'amministrazione cioè dei fedeli e dello stesso apparato. Verso
la società la chiesa operava attraverso una molteplicità di strutture non
propriamente “essenziali”, prevalentemente per assumersi compiti di
supplenza che una società più avanzata può senza dubbio (e deve!) assumere in
proprio.
Allora
oggi la comunità cristiana, la chiesa, può rendere un servizio più urgente al
mondo: può tentare di vivere in modo esemplare una comunità che realizzi nella
sua vita e nelle sue strutture — testimoniandoli così efficacemente — quei
valori nei quali dice di credere e che annuncia: la libertà, la fraternità, la
dignità dell'uomo, la solidarietà, ecc. In questo caso ovviamente deve essere
radicalmente ridotto all'interno della comunità cristiana l'abisso fra segno e
realtà significata—anche se non potrà essere mai del tutto eliminato sinché
il regno di Dio non si compia. Tendenzialmente comunque la coincidenza fra segno
e valore, struttura e realtà deve essere il più possibile approssimata per
rendere intellegibile la loro relazione anche per dei non‑iniziati. Solo
allora l'annuncio sarà efficace e credibile.
Ma
anche questa concezione nasconde un pericolo che qua e la tra i “ progressisti
” pare farsi strada (Olanda?): il pericolo di realizzare la “ società
ideale ” nella comunità cristiana e di farne una specie di oasi evasiva,
contenta di aver risolto in modo magari esemplare i problemi dell'uomo entro i
suoi confini. L'uscio profetico della chiesa esige invece chiaramente che la
comunità cristiana provochi con la sua testimonianza il confronto e la messa in
crisi del “ mondo ”, creando inquietudine e tensione. “ Il fuoco ” può
essere portato solo quando la comunità cristiana contribuisca ad evidenziare le
contraddizioni e le ingiustizie della società, mediando impulsi per la lotta
contro di esse.
È
chiaro, ma va sottolineato, che questo modo di intendere l'ufficio profetico è
strettamente collegato con quanto si è detto a proposito della
deistituzionalizzazione e della chiesa “ dei poveri ”; una chiesa
istituzionale e lontana dai poveri e dalla povertà non può essere profetica, e
comunque sarebbe da combattere la tentazione di continuare l'annuncio nel
consueto modo proprio all'istituzione, ma questa volta magari a “sinistra”
invece che a “destra”.
Vediamo
di immaginare alcune conseguenze operative e concrete da quanto è stato sin qui
proposto. Va tenuto presente che la chiesa (nuova) di cui ora si parla è la
comunità cristiana la cui autocoscienza non risulta da un'istituzione pre‑esistente
ed indipendente da chi la vive, ma che si inventa, si realizza e si comprende—aperta
allo Spirito—continuamente. La “continuità” storica non dovrà impedire
di porsi con atteggiamento aperto ed “inventivo ” di fronte alle strutture,
alla fede, alla missione, ecc., della chiesa.
Chiaramente
si constata che il passo da una chiesa burocratico‑gerarchica, istituzione
autoritaria esistente, alla chiesa in cui crediamo, non sarà facile né
automatico. Si pone qui il dilemma di ogni tentazione riformista: la politica
dei piccoli passi? La lunga marcia attraverso le istituzioni? Rischiare
compromessi o preferire comportamenti chiari ed univoci?
Non
credo che si possano dare direttive generali e aprioristiche. La tattica in
fondo rimane sempre funzionale, senza rivendicare mai un valore autonomo o
assoluto. Tuttavia mi sembra che in una serie di ipotesi il riformismo sia da
escludersi categoricamente, cioè quando`avrebbe effetto procrastinante o
mistificante. Come un moralista che condanna la poligamia non può ammettere
un graduale passaggio da dieci a nove, otto, sette... mogli (mi si perdoni
l'esempio), così mi sembra inaccettabile la pseudo‑riforma della chiesa a
piccole gocce che il papa e la curia attualmente paiono voler perseguire,
ritoccando qua e là il fasto aristocratico del cerimoniale vaticano,
semplificando qualche congregazione o commissione, modificando qua e là
qualcosa nella liturgia, ecc. Simili mistificazioni bugiarde non possono essere
accettate, ed ogni collaborazione a riforme di questo genere va—secondo me—rifiutata.
In
generale sarà la concreta esperienza delle comunità a decidere sulla tattica.
E sarà ancora l'esperienza a dimostrare se il rinnovamento sia esigenza solo di
una piccola “ élite ” o invece capace di coinvolgere strati più larghi.
Personalmente ritengo decisamente preferibile la “ popolarizzazione ” (si
pensi all'esperienza della chiesa dell'Isolotto).
Per
promuovere e sollecitare la deistituzionalizzazione della chiesa l'unico metodo
in molti casi sarà quello del rifiuto, paragonabile all'obiezione di coscienza
nei confronti del servizio militare nella società militarista. Per amore alla
chiesa fraterna dovremo respingere ogni pronunciamento o manifestazione della
chiesa istituzionale, disconoscendone la legittimità ecclesiale. Dovremo
contribuire alla distruzione della chiesa quale apparato amministrativo, delle
sue associazioni e dei suoi enti, della sua stampa ufficiale e degli edifici
ecclesiastici, delle sue norme canoniche vecchie e nuove, ecc. Dovremo inventare
nuovi modelli di comportamento fra membri della comunità (ed in particolare fra
ministri e fratelli “ comuni ”) e smascherare e combattere nello stesso
tempo criticamente gli elementi e le strutture autoritarie attuali, che
ideologicamente vengono fondate già nella catechesi corrente, nel modo di
praticare la liturgia, di presentare “ il sacro ”, ecc. Si tratterà di
suscitare continuamente in tutti i membri della chiesa la coscienza, e la prassi
conseguente, che siamo noi la chiesa, distruggendo nel contempo la
legittimazione (esterna ed interna) che ancora oggi l'istituzione rivendica.
Non si dica più “ la chiesa cattolica pensa, dice, ... ”: o simili
attribuzioni si riferiscono alla istituzione attuale—ed allora è contestabile
che Si tratti realmente di chiesa—oppure non hanno senso, poiché la chiesa
ancora non esiste, non è in grado di esprimere prese di posizioni collettive.
Certo, dovremo resistere alla tentazione di contrapporre all'usurpazione
istituzionale di certuni la contro-usurpazione (sempre ancora istituzionale)
nostra: non vale opporre a chi sostiene in base alla Rerum novarum la
proprietà privata dei mezzi di produzione l'opinione contraria basata magari
sulla Populorum progressio, cercando di dimostrare che “ la dottrina
sociale della chiesa ” è con noi; come può la chiesa avere una sua
opinione o dottrina, quando non esiste come comunità? Sarà da vedere se
una chiesa reale, non più gestita per conto proprio da una minoranza
burocratica, vorrà ancora prendere posizione su simili problemi— in ogni caso
c'è da supporre che le eventuali pronunce di una chiesa reale, di base non
pretenderanno più impegnatività istituzionale e quasi dogmatica.
Distrutta
la chiesa-istituzione, scomparirà anche la crux et delitiae di tutti i
formalisti ecclesiastici e civili, la separazione degli ambiti cioè, l'accurata
distinzione dei campi in cui “ la chiesa ” è competente ed in quali invece
no. La responsabilità assunta in proprio dalla fraterna comunità dei cristiani
saprà —orientandosi alla sua storica comprensione dell'Evangelo— vivere ed
operare anche senza ambiti formali, una volta che non si tratterà più di
impegnare un'istituzione con le sue mosse.
Per
non citare troppi altri esempi basti accennare ancora al lavoro ecumenico, che
solo a causa dei molti riguardi verso le varie istituzioni coinvolte procede così
lentamente ed ha bisogno di segretariati, commissioni, ecc., ed è, in compenso,
completamente avulso dalla realtà di base. Anche qui la de-istituzionalizzazione
della chiesa imprimerebbe un moto ben diverso.
È
chiaro però che questo processo di deistituzionalizzazione può partire solo
dal basso ed esige anzitutto un'adeguata coscienza. Appare quindi decisamente
mistificante il giuoco democraticistico che certe associazioni ora cominciano ad
introdurre, rivendicando magari procedure elettive al posto di nomine dall'alto,
maggiore presenza di laici, ecc., ma non rendendosi conto della necessità di un
cambiamento qualitativo. Non è rilevante in primo luogo quale tipo di forme e
strutture le comunità vogliano darsi (e non debbono essere sempre e
necessariamente forme e strutture nuove), marche esse stesse le decidano e
possano all'occorrenza cambiarle.
Non
riesco a prevedere se i nuclei di una chiesa de-istituzionalizzata saranno
soprattutto di carattere locale (come p. es. le attuali parrocchie) o se i
criteri saranno di altra natura. Non so rendermi conto se la testimonianza
biblica—di una chiesa locale —abbia valore solo storico o anche attuale.
Per
fare della chiesa una realtà veramente di base, ovviamente dovranno essere
combattuti decisamente tutti i segni di fasto, potere e ricchezza,
ed a questo proposito riterrei ammissibili e necessarie anche forme
particolarmente massicce e decise di contestazione (p. es. astensione collettiva
dalla liturgia e dall'eucaristia, dimostrazioni pubbliche, confisca ed
alienazione di oggetti “ sacri ” da parte della comunità, ecc.,, per
liquidare al più presto simili fenomeni di degenerazione ed infedeltà. Non si
tratta, credo, di altro che di presupposti elementari.
Lo
stesso si può dire riguardo a quelle strutture della chiesa (e sono la
maggioranza) che sono copiate dalla società profana, in genere di qualche
secolo passato, e che rinnegano apertamente l'Evangelo. Nella Scrittura certe
forme di esercizio del potere vengono rinfacciate ai re dei pagani, “ voi
invece... ” è detto ai discepoli. Oggi, al contrario, sarà difficile trovare
dei re pagani che difendano con altrettanta oltranza il loro potere, prestigio,
autorità, status sociale, ruoli sociali cristallizzati, ecc., quanto i “
principi della chiesa ”, come giustamente vengono chiamati. Qui la chiesa deve
dimostrarsi una comunità capace di realizzare il magnificat deponendo realmente
dai loro troni i potenti. Solo il servizio effettivamente richiesto e
riconosciuto dalla comunità —e non la sua finzione in base ad investiture
incontrollabili— può legittimare coloro che nella chiesa esercitano funzioni
“ pubbliche ”. Anche a questo riguardo riterrei sbagliato un riformismo
graduale—a meno che non si voglia acutizzare ed accelerare il decadimento
della chiesa attuale per poterla quanto prima ricostruire dopo il crollo
definitivo delle strutture attuali
Per
vincere le strutture autoritarie nella chiesa è di importanza primaria porre su
basi completamente nuove i processi di informazione, comunicazione e decisione:
la soppressione di informazioni, la loro concentrazione in poche mani “ fidate
”, la loro mistificazione o palese falsificazione (vedi spesso l'“
Osservatore Romano ”) serve ad accrescere il potere di alcuni pochi e di
conservare in uno stato di dipendenza i molti. Quindi dovremo batterci per la
massima veracità e pubblicità nella chiesa, intendendo per esse la reale
accessibilità e diffusione dell'informazione.
Anche
il giuoco intorno ai processi decisionali nella chiesa attuale, gli spunti di
una timida parlamentarizzazione, sono naturalmente privi di senso e di
prospettiva, e sarà da chiedersi se in certi casi non sia preferibile
boicottare i vari consigli pastorali, piuttosto che tentare di immettervi—quasi
di contrabbando—qualche persona in gamba.
Fondamentale
in questo contesto è ovviamente la lotta contro la separazione classista tra
preti e laici: attualmente quasi tutte le informazioni, decisioni, elezioni,
nomine, ecc., passano per una canalizzazione dicotomica, “per curie ” o “
stati ”. Continuare così è intollerabile .
Come
sottogruppo del clero ormai, come si sa, cominciano a farsi strada sempre più
dei laici privilegiati che tendono a formare una nuova burocrazia intermedia nei
quadri ecclesiastici.
Alcuni
passi verso una partecipazione più reale di tutti alla vita della comunità
ecclesiale potrebbero essere forse i seguenti: libertà di parola nella
chiesa, una volta che vi siano i presupposti—quando cioè nella chiesa non
si parli più di astrattismi più o meno “ pseudo ”—teologici, ma dei
problemi reali delle persone, e quando le necessarie informazioni non vengano più
tenute nascoste. La conquista della libertà di parola nella chiesa
contribuirebbe comunque a mettere in chiaro quanto sia lontana la chiesa attuale
dalle esigenze della gente, in particolare dei principali destinatari
dell'annuncio.
Fra
i problemi maggiori da discutere a questo proposito vi saranno fra l'altro
quello relativo al ministero nella chiesa (ove certamente la questione
celibataria ha una sua importanza paradigmatica per un certo modo di oppressione
nella chiesa attuale, ma per nulla fondamentale).
Più
importante ancora della modifica delle strutture comunitarie della chiesa è la
prassi della sua povertà ed il suo radicamento fra i “poveri ”. Qui sorge
il problema della chiesa nel suo rapporto con il potere “ temporale ” (politico,
economico, militare, culturale ecc.). Basti ricordare brevemente quanti e quali
servigi la chiesa ufficiale ha reso sempre al potere politico, e quanto essa
abbia contribuito alla conservazione delle strutture sociali dominanti nel mondo
cristiano-occidentale. L'esercizio costante dell'obbedienza all'autorità, la
legittimazione ideologica del potere esistente attraverso l'investitura anche
sacrale dei suoi detentori o la sua sacralizzazione comunque, una particolare
“ apoliticità ” che in realtà non è altro che una politica ben precisa,
cioè quella dell'adattamento acritico ai sistemi al potere, la fuga
asceticamente motivata da responsabilità “ mondane ” e la loro conseguente
delega a chi magari aveva meno scrupoli; questi e tanti altri servizi sono stati
resi dalla chiesa, istituzione di potere fra altre consimili istituzioni di
potere, spartendosi con esse il mondo. Abbiamo già parlato della chiesa quale
fattore di integrazione in una società apolitica, autoritaria, capitalistica,
non-libera, acritica, militarista ecc.
Ora
si nota come oggi finalmente si muove qualcosa in questa istituzione sinora
tanto utile alla conservazione dell'ordine, e già si muove il sistema sociale
da essa precendetemente garantito per ricordarle questa volta con decisione i
limiti della sua azione e “competenza ”.
Non
pretendo di inventare nulla di nuovo, quando ricordo a questo proposito due
importanti esigenze: prima quella di rompere e smascherare ogni tipo di accordo
o compromesso con il potere dei dominanti, si tratti di concordati, cappellani
militari, insegnamento religioso, matrimonio concordatario, ecc., a livello
statuale o delle rispettive appendici a livello diocesano e parrocchiale. Anche
qui la lotta dovrebbe essere decisa e radicale.
In
secondo luogo è da riflettere come si possa realizzare anche nel rapporto col
mondo politico e del potere la de-istituzionalizzazione della chiesa. Già è
stato detto della legittimità o meno di prese di posizioni “ ufficiali ”,
“ della chiesa ”, ecc. Più difficile è il problema di un periodo
transitorio: alcuni pensano che una chiesa sinora istituzionale e conservatrice
debba ora impegnarsi in senso progressista per rimediare a peccati antichi, ed
effettivamente è forte la tentazione di strumentalizzare il prestigio
istituzionale della chiesa per le legittime istanze di trasformazione
rivoluzionaria della società. Ciò nonostante riterrei più corretto finirla
con le usurpazioni istituzionali. Finché dunque un vescovo intende la chiesa
come “ istituzione ”, egli mi darà fastidio anche quando proclamerà “ la
dottrina della chiesa ”, questa volta a sinistra invece che a destra, per
dirla in poche parole. La costruzione di una chiesa diffusa ed
effettivamente deistituzionalizzata sopporta difficilmente in questo momento
nuove ipoteche istituzionali.
Teologia
politica potrà dunque essere una funzione della comunità cristiana di base,
non più istituzionale. Altrimenti si può essere sicuri che i potenti
troveranno un'altra volta la strada per tappare la bocca con concordati e
privilegi (la triste esperienza degli attuali concordati nei paesi socialisti
insegni!) — mentre solo una chiesa diffusa e di base potrà essere il luogo
di una critica e profezia liberatorie.
Non
posso dire quale volto avrà in concreto una chiesa deistituzionalizzata, quale
me la auguro. Credo che questo volto sarà comunque più vicino all'Evangelo di
quello attuale. Per raggiungerlo si dovranno superare numerose resistenze, e non
solo quelle dei conservatori ecclesiastici manifesti. C'è anche tutta la
resistenza che viene proprio da quelle strutture mondane che hanno interesse a
conservare una chiesa come quella attuale.
E
vi è infine l'ostacolo più pericoloso: quello del riformismo, quello degli
uomini “ aperti ” che occupano posizioni di per se insostenibili o
contraddittorie, ma le rendono sopportabili grazie alle loro doti personali.
Forse è il riformismo oggi a presentare i maggiori pericoli per una radicale
riforma della chiesa.
Alexander Langer