Il crocifisso appeso

Diskussion um Kreuz

Penso che la difesa della propria identità abbia ragione di essere per i valori che danno senso alla vita e, sicuramente meno, per i simboli che, troppo spesso, nella nostra come nelle altre culture sono stati giustificazione per atti di violenza, usati strumentalmente, oggi, da religiosi e laici, "per fare giustizia" delle nostre tradizioni. Una riflessione pacata potrebbe portarci a riconoscere quanto poco importante sia la difesa della nostra identità nei segni e quanto più, invece, il riconoscersi nei diritti fondamentali alla pace, alla giustizia, all’uguaglianza e alla non violenza, al dialogo delle diversità e alla tolleranza, pressoché assenti sulla nuova Convenzione europea.

Sono convinto anch’io, per questo, che, prima di parlare di segni da mettere o da togliere, sarebbe bene riflettere sul cosa voglia dire essere cristiani e l’essere cattolici.

Mi sento cristiano o, almeno, cerco di esserlo. Sono nato nella chiesa che trova il suo primato nel papa di Roma. Non ritengo però di essere cattolico nel senso che a questo termine viene dato da molti cioè l’appartenenza ad una istituzione che si riconosce in quel primato. "Ecclesia" non sono, per me, i fedeli nel credo di Nicea ma la comunità dei figli di Dio proclamata dal Concilio Vaticano II. La casa, quindi, dove ciascuno può ritrovare le proprie appartenenze culturali, storiche, religiose o atee, nell’armonia delle diversità che oggi non possiamo non rilevare in Italia come in Europa. I papi, le curie e i vescovi non sono la chiesa, come diceva Pio IX con il suo:"la chiesa sono io", e non lo sono nemmeno i "maestri supremi della Verità", come sosteneva per se Pio XII, ma sono solo l’espressione di un magistero che, purtroppo, spesso appare curarsi solo di se stesso.

Mi riconosco, invece, nel "katà - olòn" quel "presso tutti" di papa Giovanni e del suo concilio. Cioè nella chiesa assemblea degli uomini e delle donne del mondo. Il popolo di Dio che ritrova in tutta l’umanità il volto del suo Dio. Ma non credo nella croce che la nostra storia ha cambiato da segno di abnegazione, di amore e di nonviolenza, a segno di protezione da usare contro i nemici o i diversi da se. La croce esibita per vincere le guerre, per regnare ed imperare sugli uomini. Quella croce, pezzo di antiquariato sulla scrivania di un banchiere svizzero, che i crociati offrivano al bacio dei prigionieri musulmani e che, se non baciata, serviva da pugnale per ucciderli, come ci raccontava padre David Maria Turoldo.

La croce che, qualcuno, vuole esposta come sigillo della nostra identità in ogni luogo pubblico: nei tribunali, dove si ha la pretesa di usarla come simbolo di giustizia e di verità, quando invece è l’esperienza storica del più grande affronto alla giustizia architettato da uomini religiosi e da altri che se ne lavarono le mani, come spesso avviene ancora oggi. La croce esposta nelle scuole e negli uffici pubblici, frutto di una ipocrisia ributtante per la quale uno dei testimoni a noi più vicino non temeva di gridare: "Toglietemi quel simbolo di torno, non lo voglio nemmeno vedere. La croce strumentalizzata in quel modo diventa un prodotto culturale di basso profilo, che ricorda l’uso ideologico che ne fecero i nazisti e i fascisti per dividere l’umanità, per uccidere gli altri, per massacrare in nome della razza pura, ariana, cristiana....." (Padre Ernesto Balducci, in un incontro alla Cittadella di Assisi del 1987)

Sono convinto che se sapessimo meglio distinguere tra la croce e il Gesù che gli sta appeso, ci importerebbe meno della sua esposizione. La croce appesa nelle scuole non indica l’obiettivo del cristiano, ma è il segno della sofferenza, del dolore, della fatica, della sottomissione. Tutte esperienze che fanno parte della vita, ma che, sicuramente, non sono il suo orizzonte ultimo. Gesù non ha vissuto la sua vita in funzione della croce, che sarebbe stato il suo maledetto destino, ma una vita piena, gioiosa, felice, come può essere quella di chi ha trovato una ragione grande per cui valga la pena di lottare, anche sapendo, per essa, di dover affrontare il martirio. Credo perciò che i cristiani non siano chiamati a guardare alla croce, ma al Gesù che gli stà appeso, unico segno della speranza cristiana, della gioia del donare e del donarsi, scoprendo anche che il cammino che ci ha insegnato e che porta all’amore per il nemico, può comportare per noi come per lui anche la croce. Per questo poco conta esibire il crocifisso o creare vuoti di memoria. Conta, invece, non compromettere il dialogo possibile e l’ascolto fra persone diverse.

Gualtiero Meneghelli, Bolzano