Da: "Rocca", a. 59, n. 22, 15 novembre 2000

UNA MESSA A LODI

di Giancarlo Zizola


La messa celebrata a Lodi sabato 14 ottobre del Duemila, anno del "Grande Giubileo", durante un’adunata convocata dalla Lega Nord in odio ai musulmani nell’area dell’erigenda moschea, non cessa di suscitare ripercussioni. L’imbarazzo del Polo si è fatto palpabile con gli sforzi compiuti dal suo leader per richiamare la fazione leghista a non assumere iniziative considerate, se non anomale, certo poco favorevoli agli interessi elettorali della eterogenea coalizione berlusconiana. La protesta leghista contro la moschea, ritenuta un’offesa all’identità della Padania, è stata liquidata da Giulio Tremonti come "un incidente". Quanto all’on. Gianfranco Fini, l’occasione gli è parsa utile per rassicurare i cittadini che il suo partito, "Alleanza Nazionale", professa ora la libertà religiosa iscritta nella Costituzione della Repubblica.

Non meno disagevoli le reazioni del mondo ecclesiale, già turbato dalle ripercussioni generalmente negative suscitate dalle dichiarazioni del cardinale Giacomo Biffi sulla selezione dell’immigrazione secondo criteri di appartenenza religiosa. Si è tentato addirittura — complice un’informazione religiosa ormai gobba, tanto è servile di negare che il Cardinale arcivescovo di Bologna avesse veramente detto quello che aveva indubitabilmente detto, presentando la sua lettera pastorale ai giornalisti. Le sue dichiarazioni, a delucidazione del documento, erano state riportate tra virgolette dal giornale della Cei, "Avvenire", secondo il quale Biffi aveva rivolto allo Stato l’invito "a gestire l’immigrazione in modo da privilegiare i cattolici" e "in modo che sia salvaguardata l’identità nazionale". Più precisamente, aveva auspicato che la selezione fosse particolarmente oculata nei confronti degli islamici, considerando in particolare la diversità del loro diritto di famiglia.

Tali dichiarazioni furono accolte fin troppo volentieri da quei settori del Paese che hanno difficoltà, più o meno fondate e sincere, a comprendere che la convivenza multirazziale e multireligiosa non porta necessariamente alla perdita della propria identità, ma può trasformarsi, se coadiuvata da una seria politica culturale, in una opportunità di crescita e di maturazione. Anzi, se costitutivo ditale identità è il riferimento ai valori cristiani, il processo di osmosi che l’immigrazione comporta, nel quadro delle libertà costituzionali e delle leggi di uno Stato laico e pluralista, non potrebbe non favorire, a certe condizioni, una riscoperta delle esigenze più profonde della fede di appartenenza, in un’interpretazione e in una attuazione più rigorose dell’essenza, nel nostro caso, del Nuovo Testamento, specialmente per come invita a trascendere le chiusure etnico-religiose e le varie "circoncisioni" e a prodigarsi a favore del dialogo con l’Altro e della solidarietà con i più poveri. Quanto alla politica culturale indispensabile, basti considerare quale potrebbe essere il risultato di una programmazione dell’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche che assumesse la storia delle religioni tra le sue priorità, secondo un’opzione che venne improvvidamente accantonata, su iniziativa della Cei, più che della Santa Sede per privilegiare l’insegnamento confessionale nei provvedimenti di attuazione dell’Accordo di Villa Madama per la regolazione dei rapporti tra Italia e Santa Sede.

Imbarazzo curiale

Sarebbe azzardato presumere un qualsiasi legame, a parte quello estrinseco e temporale, tra i sofismi biffiani e la messa di Lodi. Sembra però ammissibile il dubbio che un complesso di eventi religiosi e politici tra loro oggettivamente interagenti, anche se non omogenei dalla beatificazione di Pio IX ai documenti estivi di Ratzinger, dal meeting di Rimini come piedistallo "cattolico" per Berlusconi all’organizzazione di una campagna anti-islamica nei media italiani abbia contribuito alla creazione di un clima artificioso nel quale ha potuto prodursi un fatto come la messa paraleghista di Lodi.

Una domanda specifica al riguardo è stata posta al segretario di stato cardinale Angelo Sodano da un giornalista interessato a conoscere la sua opinione "sulla messa antimusulmana di Lodi": "Lei dice ‘messa antimusulmana’ — ha risposto il Cardinale - ma io non ho questa notizia" ("Corriere della Sera", 20 ottobre). Risposta che è sembrata ad alcuni, dispiace dirlo, abbastanza elusiva o reticente per non assimilarsi a quella di un politico; segno comunque, anche ai livelli alti della direzione ecclesiastica, di un certo disagio, diversamente motivato: per l’uso così scoperto dell’alto liturgico costitutivo della Chiesa a scopi per un verso organici all’obiettivo proprio di una fazione politica, e per altro verso disorganici alla linea del dialogo interreligioso conclamata dalla Chiesa di Giovanni Paolo II, in nome della medesima discendenza abramitica di Ebrei, Cristiani e Musulmani. Ma alcune fonti non riescono a escludere che uno dei motivi dell’imbarazzo sia da attribuire al fatto che le grida antimusulmane intorno all’altare di Lodi avrebbero complicato la linea di sostanziale condiscendenza adottata dai dirigenti vaticani, sotto un’apparente neutralità politica, nei confronti della scalata della destra.

Si deve aggiungere tuttavia, a scanso di equivoci e per dovere di obiettività, che il cardinale Sodano è stato molto attento a non scottarsi le dita sulla brace leghista, e ha prodigato assicurazioni tranquillizzanti: "In Italia non è in atto nessuna crociata antimusulmana" ha detto. "Anzi, come cristiani siamo per la libertà religiosa". Il Cardinale si è affrettato a invocare la reciprocità giuridica per i cristiani in quei paesi a maggioranza musulmana in alcuni dei quali, ad esempio l’Arabia Saudita, l’apertura dei luoghi di culto cristiani è deplorevolmente interdetta.

Non c’è dubbio che ripercussioni come queste mostrano tracce dell’influenza di letture piuttosto contingenti e ingannevoli, se esitano a confrontarsi, anche da parte ecclesiastica, con il punto nodale dell’affare. Il punto nodale è che una messa è stata celebrata da un prete cattolico, fatto venire appositamente dal mantovano, per esorcizzare un’area destinata a moschea alla periferia di Lodi nella cornice di una protesta leghista scandita da violenti slogan anti-islamici ("Padania cristiana, mai musulmana", "Terra concimata da urina di porco") e da simboli celtici. Il caso riguarda dunque anzitutto la Chiesa, coinvolta non su aspetti contingenti della sua presenza nella società ma in ciò che costituisce l’essenziale della sua vita, cioè la celebrazione del mistero eucaristico.

Di qui lo stupore, per non dire lo scandalo suscitato da questo affare negli strati del cattolicesimo italiano presso i quali si riteneva che l’epoca della politicizzazione abusiva della fede fosse definitivamente archiviata e che il Concilio Vaticano Il avesse precluso il ritorno addirittura di messe celebrate in un contesto di "guerra santa" o di manifestazioni nazionalistiche ed etnicistiche, come era accaduto negli anni Trenta con le messe e i "Te Deum" per la vittoria fascista a colpi di iprite sui villaggi in Etiopia. È drammatico constatare che quell’esperienza non sembra aver reso alcuni dirigenti della Chiesa più chiaroveggenti né più prudenti, se alcuni temono che i silenzi o i cauti distinguo di oggi potrebbero preparare gli adattamenti di domani.

La Lega si fa cristiana

Noi ci proponiamo di non entrare qui in valutazioni strettamente politiche della questione. Poiché si è trattato di una messa, ci limiteremo a considerarla sotto il profilo religioso, anche se non può sfuggirci che il garbuglio di fede e politica nel caso potrebbe apparire inestricabile.

Diremo dunque che una simile messa sembra rivelare un’idea piuttosto parziale della fede cristiana, come "instrumentum regni". Era stata conclamata infatti la natura sostanzialmente precristiana della Lega, così poco premurosa di rispettare l’identità nazionale da farla regredire addirittura ai riti celtici e ai miti pagani. Non occorrerebbe risalire troppo a ritroso nel tempo per incontrare le invettive dell’onorevole Bossi contro il papato e contro il ruolo nazionale unitario svolto dalla Chiesa cattolica in Italia, in antitesi alle antiche pretese di scissione proclamate dal programma leghista.

Che se ora il leader va a messa, e addirittura ne promuove una sul campo per i suoi, difficile dire se si tratti di conversione programmatica (e non solo personale), che avrebbe certo del miracoloso, e dunque al di là delle normali possibilità naturali. Resterebbe tuttavia, anche in questo caso-limite, il problema, se per farsi cristiana, la Lega sarebbe disposta a sconfessare l’individualismo esasperato, il laicismo banale, le pulsioni xenofobe e razziste che fanno parte del suo bagaglio ideologico di pronto impiego, anche se tenuto sotto coperta per non irritare il potenziale elettorato moderato cattolico. Si tratta infatti di convinzioni e di pratiche che costituiscono una contraddizione flagrante con i postulati fondamentali dell’evangelizzazione, quali la solidarietà verso i fratelli e l’impegno per la giustizia, opere senza le quali — secondo la Lettera dell’apostolo Giacomo - "la fede è morta in sé stessa".

Su questo, del resto, va insistendo il magistero di Giovanni Paolo II il quale, nel messaggio del 21 ottobre alle Conferenze Episcopali d’Europa, in occasione della loro riunione a Lovanio, ha ribadito: "Ogni uomo, chiunque egli sia, qualunque sia la sua origine o le sue condizioni di vita, merita un rispetto assoluto". Facendo giustizia delle ondate xenofobe che lacerano il Vecchio Continente, il papa ha ricordato, dinanzi ai nazionalismi esacerbati, la necessità di "aprire nuove prospettive di accoglienza e di scambio, ma anche di riconciliazione". "L’Europa" ha ricordato il papa "non è affatto un territorio chiuso o isolato, essa si è costruita andando, al di là dei mari, incontro ad altri popoli, altre culture, altre civiltà. Questa storia indica un’esigenza: l’Europa non potrebbe ripiegarsi su se stessa".

In questa prospettiva di coerente applicazione dei valori evangelici al contesto sociale contemporaneo, appare ben evidente che ricondurre una messa all’interno di un disegno xenofobo non poteva non costituire un monstrum tale da provocare tensioni al limite del rigetto con la natura spirituale della missione della Chiesa, con la sua fedeltà al memoriale della passione e morte del Cristo e con i principi teologici della libertà religiosa adottati dal Vaticano Il.

Avendo correttamente valutato la gravità dell’evento, il vescovo di Lodi Giacomo Capuzzi aveva negato l’autorizzazione della messa, riservando parole severe e dignitose in una dichiarazione alla Radio Vaticana: "C’è la libertà religiosa e da parte ecclesiastica non vi sono difficoltà a che i musulmani abbiano la loro moschea". Lo stesso "Avvenire" ha reagito il 17 ottobre con un accorato e lucido articolo, non privo di toni drammatici, a firma di Andrea Riccardi, presidente della Comunità di Sant’Egidio, a difesa del diritto di tutte le comunità religiose, inclusi i musulmani, ad esercitare il loro culto nel rispetto dell’ordinamento dello Stato che le accoglie. Da storico egli ha ricordato che l’uso del cattolicesimo a fini nazionalistici, etnici e localistici "è una vecchia storia che il Novecento conosce molto bene" ed ha ammonito a non sottovalutare l’episodio lodigiano, anzi "a stare molto attenti a che non si sviluppi, magari in maniera subdola, quel clima di disprezzo verso gli altri mondi che potrebbe dar adito ad analoghe tristi circostanze".

Si deve tuttavia ammettere che è rimasta in alcuni osservatori la sensazione, formulata da un editoriale di "Repubblica" ("Chi tace davanti a Bossi il Crociato", 17 ottobre) che le reazioni della Chiesa cattolica, in questa circostanza, siano state trattenute al di qua della soglia nella quale essa avrebbe potuto e dovuto protestare per la deviazione che si era consumata nella celebrazione "politica" del mistero divino. Tale sensazione può derivare anche dalle informazioni sulle difficoltà o timidezze dell’episcopato cattolico, specialmente nelle regioni più orientate verso la Lega, dinanzi all’alternativa se interpretare la funzione di guida del "popolo di Dio" accodandosi passivamente alle sue rotte, anche quando sbandi, oppure assumendo arditamente, sulla scia dell’esempio dei profeti biblici, la funzione propria del Pastore alla testa del suo popolo, senza risparmiargli, quando necessario, le correzioni e senza transigere, per un malinteso interesse di Chiesa, sui valori irrinunciabili dell’appartenenza cristiana. E che tali siano i valori coinvolti, e la radicalità della questione, basterà a testimoniarlo il fatto, tramandato dai Vangeli, della ripugnanza manifestata da Gesù verso l’uso politico della fede, fosse pure a favore del programma rivoluzionario degli zeloti. A comportamenti pastorali così conformisti i Pastori sarebbero indotti — si dice — dal timore di perdere il gregge però l’esperienza consiglia piuttosto di temere che una Chiesa così neghittosa rischia essa stessa di perdersi.

Due pesi e due misure

Non può sorprendere che alcuni osservatori abbiano notato che, in altra epoca, diversa era stata la reazione dei dirigenti ecclesiastici quando, ad esempio, dei preti operai francesi avevano celebrato delle liturgie in fabbrica. Essi erano stati raggiunti dalla sospensione a divinis. Anche alcuni gesuiti vicini al governo sandinista in Nicaragua, dopo la rivoluzione, furono sospesi a divinis. Abbiamo troppa venerazione per la prudenza e la discrezione spirituale dei nostri pastori per permetterci di invitarli a non usare due pesi e due misure, secondo il colore politico delle messe. E non sembra che abbiamo motivo di pentirci di aver salutato come un progresso spirituale la mitigazione del sistema penale nella Chiesa postconciliare.

Tuttavia non possiamo che arrenderci all’evidenza storica che una Chiesa che si è battuta con ogni mezzo per la salvaguardia della funzione religiosa del suo clero, quando sembrava temerne, anche in Italia, a torto o a ragione, lo slittamento verso la teologia della liberazione e l’incanto di sirene comuniste o socialiste, dà l’impressione ora di essere colpita da afasia e di preferire restare alla finestra dinanzi alle gesta di suoi sacerdoti che celebrano messe xenofobe e leghiste o fanno i cappellani, gli intellettuali organici o i giullari della destra politica: e talora si tratta degli stessi preti che criticavano, in nome della superiore neutralità politica della fede, i confratelli coinvolti nella lotta politica per la giustizia nelle situazioni di oppressione materiale e politica in America Latina.

Diciamo questo perché siamo convinti che la Chiesa cattolica contemporanea ha al suo interno una riserva spirituale abbastanza forte — e tanto più dopo la liquidazione del suo braccio politico in Italia — da trattenerla da compromessi con questa o quella fazione politica, e da non ricadere nelle solite reti dei ricchi. E su questa forza interiore che la Chiesa potrebbe contare per resistere alle pressioni della "nuova destra" meglio di quanto le fosse riuscito quando Pio XI non vedeva quasi altro, intorno a sé, che dei cattolici che tremavano davanti ai fascisti. Come scriveva nel 1944 Georges Bernanos, "ciò che ha compromesso la Chiesa è che i fascisti abbiano per troppo tempo parlato in chiesa quasi da soli".

Non c’è naturalmente solo la forza spirituale a garanzia dell’indipendenza della Chiesa dai poteri forti. C’è anche una Chiesa come quella del Salento e della Calabria jonica, che offre ogni giorno una testimonianza di eccezionale valore al Vangelo della carità e dell’accoglienza verso gli stranieri che arrivano a ondate sulle loro coste. Considerando queste opere, e lo sforzo coordinato della Caritas e delle diocesi a favore degli immigrati, si può essere sicuri che l’episodio di Lodi ne potrebbe uscire ridimensionato.

Messa sacrilega

Ma non v’è dubbio che Andrea Riccardi ha ragione nel raccomandare di non trascurare il segnale che viene dall’orrore sacro di Lodi. Perché esso tocca infatti la sostanza spirituale, va a contaminare con le ampolle del Po la sorgente liturgica di quella forza interiore da cui soltanto può scaturire anche la carità della comunità di fede verso i più poveri, i senza volto che vengono dall’oscurità di mondi fino a ieri lontani e persino ignorati (e dire che la mistificazione neoliberista è arrivata al punto di attribuire la responsabilità politica e culturale della xenofobia al terzomondismo, un sofisma formulato da Angelo Panebianco sul "Corriere della Sera" del 23 ottobre).

Una ragione in più per precisare più a fondo i motivi dell’estraneità della messa di Lodi alla natura della salvezza cristiana e alla essenza dell’atto liturgico. La messa è un memoriale, ed è conviviale. Il Corpo di Cristo è un Corpo condiviso per gli Altri. Ciò di cui si fa memoria nella messa ("fate questo in memoria di me") è l’atto col quale Cristo ha realizzato il radicale risparmio del sangue dell’uomo, offrendo il proprio sangue. A quanti tendono a eliminare il diverso, a sacrificarlo in nome di un Dio tribale, Gesù ha opposto l’alternativa più radicale possibile: egli consegna se stesso, rinuncia a difendere la propria identità, preferisce bere lui, e non far bere agli altri al suo posto il calice del dolore preparatogli dal Padre. Come dice Pierangelo Sequeri, la prospettiva teologica conseguente a questo atto di disponibilità è che "Dio non è placato dal sangue versato, ma dal sangue risparmiato".

"Non si onora Dio versando il sangue dell’uomo" ha scritto il teologo milanese. "Non si glorifica Dio mortificando la sua creatura. Non si salva il mondo perseguitando l’innocente. Proprio per questo, una volta per tutte e per sempre, chiunque prenda su di sé il peccato e La violenza e la ferita, anche quando non le ha meritate, per risparmiare un altro essere umano, e contrastare la moltiplicazione dei sacrifici che esse impongono, realizza il comando di Gesù. E rende buona testimonianza alla redenzione del mondo che il Figlio compie definitivamente nell’opera di Dio a favore dell’uomo: ‘Fate questo in memoria di me’" ("La ferita e gli affetti. Interposizione solidale e testimonianza cristiana", "Rivista del clero italiano" n. 2/2000 pagg. 94/95).

Ne deriva che una messa che non faccia memoria di questo Evento, per cui il Figlio di Dio in Cristo ha consegnato liberamente sé per la vita dell’Altro, si stacca da tale Evento, non ne è più il Memoriale e quando addirittura una messa non solo non fa la Memoria unica che possa giustificarla, ma anzi la mistifica, e fa memoria di qualche altra cosa in tutto o in parte contraria all’Evento fondativo, è chiaro che essa si tramuta in una messa sacrilega (ci si perdoni l’involontario leghismo dell’aggettivo) o in una magia. E stato opportunamente ricordato che l’uso della messa "contro" distorce la natura stessa della liturgia eucaristica.

Perciò si può dire che una messa che celebra la caccia all’uomo, anzi al musulmano, figlio dello stesso padre Abramo, adoratore dello stesso Dio degli Ebrei e dei Cristiani, è una messa che di cristiano non conserva ormai nulla, salvo l’involucro esteriore; una messa secolarizzata, paganizzata, metafora orrenda e nel contempo compiuta dello svuotamento spirituale dell’Occidente in una religiosità folkloristica, magica-sacrale, facilmente combina-bile con l’individualismo e il materialismo pratico delle masse. Basterà ricordare ancora una volta con quanta trepidazione Giovanni Paolo II abbia ricordato nei suoi viaggi che non può esserci una "guerra santa", che Dio aborre la violenza, che non si può adorare Dio e odiare i fratelli, celebrare il sangue sparso dall’Innocente sulla croce duemila anni or sono e incitare alla discriminazione in nome della fede.

Segnali di paura

L’episodio ha fatto emergere l’urgenza di una cultura nuova, capace di aiutare le comunità cristiane e gli stessi pastori a superare la paura della diversità. Molto a ragione la "Rivista del clero italiano" ‘(10 1999) sottolineava che "il pluralismo religioso richiede con urgenza che la pastorale ordinaria, in tutte le sue forme, si rinnovi a fondo, a incominciare dalla stessa catechesi. E questo non innanzitutto per annunciare Cristo agli altri — compito per altro irrinunciabile — ma per aiutare i cristiani ad essere all’altezza della nuova situazione. Nulla di strano, dopotutto. In molte parti del mondo il cristiano è da sempre preparato a convivere con uomini di altre religioni". La rivista portava l’accento poi sulla maturazione di un nuovo atteggiamento capace di formare i cristiani, fin da piccoli, a radicare la forza della fede "nello splendore della verità che il vangelo mostra da se stesso, non nelle eventuali carenze altrui. Non serve a molto, secondo noi a nulla, la polemica. Nessuna verità si regge sui limiti delle posizioni altrui, ma sulle ragioni di cui essa è portatrice": forse si potrebbe osare l’auspicio che il Cardinale Biffi, anche se non è più un piccolo, potrebbe trovare qualche motivo di edificazione in questo invito. Il quale riprende, alla fine, il tema che abbiamo avanzato all’inizio: la convenienza che si diffonda una seria conoscenza delle altre religioni, "ma per rispettarle, non per polemizzare". Segnali di paura come quello di Lodi offrono certo una testimonianza inadeguata del Vangelo. Anche se sarebbe disdicevole supporre che stia covando sotto la cenere una Chiesa leghista o una Chiesa polista, riedizione degenerata della Chiesa democristiana, essi rivelano che esistono settori della Chiesa che preferiscono puntare sui limiti delle altre religioni piuttosto che sulla forza della propria fede. Agitano lo spauracchio del relativismo perché temono di entrare in relazione con l’Altro. Si rammaricano che l’Islam ( che vuol dire "abbandono in Dio") non si faccia troppo facilmente inghiottire dall’Occidente, sinonimo per certi versi di "abbandono di Dio". E tacciono, anche quando viene minacciata la fonte della grazia. Par quasi che non si ponga che una attenzione superficiale al rischio che simili atteggiamenti inducano il popolo cristiano a recitare il sonetto di Trilussa: "La barca di Pietro,/un passo avanti/e due indietro".

Lo stesso discorso sulla reciprocità, richiamato dal Cardinale Segretario di Stato, ha posto l’esigenza di qualche precisazione. Nel dibattito sviluppatosi nel mondo cattolico a proposito della libertà religiosa "erga omnes", è stato osservato che la richiesta di reciprocità, se ha una sua ineludibile plausibilità a livello giuridico, potrebbe tuttavia diventare insufficiente a livello religioso: il rispetto evangelico si caratterizza infatti per una sua irrinunciabile gratuità. Ci sono atteggiamenti evangelici, fra cui la libertà religiosa, il saper riconoscere le verità presenti ovunque, il perdono, che non si misurano sulla risposta dell’altro ma sulla verità della propria fede.

Forse la preghiera di Hamilton potrebbe fornire la cifra adatta della sofferenza in cui la Chiesa sta mettendo la fede di molti suoi figli in quest’ora di prova, che un saggio arcivescovo italiano ha definito "straziante": "Signore, fa’ che io possa vedere il tuo volto attraverso il polverone sollevato dai tuoi testimoni".




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