"LA PREGHIERA, RESPIRO DELLE RELIGIONI-

La sessione speciale del S.A.E di agosto

 

 

Roma (da Notizie Evangeliche-NEV), 4 agosto 1999 - Parlare di preghiera e sperimentare diverse

forme di preghiera in un luogo "laico", in una rinomata stazione termale

come Chianciano: e' la sfida lanciata dal Segretariato attivita' ecumeniche

(SAE), il movimento interconfessionale di laici per l'ecumenismo e il

dialogo fondato da Maria Vingiani nel 1947, con la sua XXXVI Sessione di

formazione ecumenica dedicata, appunto, alla preghiera nelle varie

esperienze religiose e svoltasi a Chianciano Terme (Siena) dal 25 al 31

luglio, con la partecipazione di circa 400 fra corsisti, relatori ed

esperti, appartenenti alle tre grandi tradizioni cristiane (cattolici,

ortodossi, protestanti), all'ebraismo e alle grandi fedi viventi: islam,

induismo, buddhismo. Introducendo i lavori della Sessione, la presidente

del SAE, Elena Milazzo Covini, ha voluto sottolineare la "laicita'" del

luogo scelto per l'incontro: non un monastero ma uno spazio "secolare", ha

detto, da un lato idoneo al confronto fra tradizioni diverse, e dall'altro

significativo perche' c'e' bisogno che la preghiera entri nel vissuto della

gente, nel mondo. Il valdese Gioachino Pistone ha poi illustrato il

percorso che lega questa Sessione alle precedenti, sottolineando che

l'incontro non vuole essere una sessione di studi interreligiosi, bensi'

un'occasione di formazione ecumenica: "Mettersi in dialogo di voci che

vengono da tradizioni diverse allo scopo di arricchire la prassi, la

spiritualita' e la teologia dell'ecumenismo fra cristiani". Piero Stefani,

studioso cattolico di ebraismo, ha concluso la parte introduttiva con una

citazione di un testo egizio del quindicesimo secolo avanti l'era volgare,

in cui un credente cieco prega il Dio Ammon chiedendo di poter vedere la

luce, ma anche ringraziando la divinita' perche' egli puo' vedere le

tenebre: una preghiera, ha detto Stefani, che pur appartenendo a una fede

non piu' vivente, ci parla ancora perche' esprime il senso di "radicale

dipendenza nella poverta'" del credente e, insieme, "l'aspirazione a

quello che ci manca".

Dupuis :la preghiera comune tra cristiani e "altri" possibile ed auspicabile

La relazione fondamentale della Sessione, sul tema "Pregare insieme:

perche', come?" e' stata affidata al gesuita padre Jacques Dupuis,

dell'Universita' Gregoriana di Roma. Dupuis ha evocato la giornata di

Assisi convocata dal Papa nel 1986 come primo grande esempio di preghiera

interreligiosa, anche se in quel contesto non si tratto' di "pregare

insieme" bensi' di "stare insieme per pregare", ciascuna tradizione

religiosa per conto proprio. Tuttavia, ha detto Dupuis, sia pure evitando i

rischi di sincretismo e relativismo, una vera e propria preghiera comune

interreligiosa e' possibile e auspicabile. Tale preghiera comune e'

radicata nell'origine comune e nel comune destino dell'intera famiglia

umana, nella presenza universale dello Spirito Santo, nell'universalita'

del "Regno di Dio", che va oltre i confini della chiesa, e nella

considerazione delle diverse religioni come altrettanti doni di Dio ai

popoli. Dopo aver messo in rilievo le ragioni teologiche che raccomandano

la pratica della preghiera comune fra cristiani e credenti di altre

religioni, citando fra l'altro testi biblici, dichiarazioni del Concilio

Vaticano II, del Papa e della Conferenza episcopale indiana, padre Dupuis

ha illustrato le possibilita' e modalita' concrete di preghiera comune con

ebrei, con i musulmani e con i fedeli delle religioni orientali,

sottolineando le condizioni essenziali per una corretta impostazione di

tali incontri: la considerazione delle diverse situazioni e delle

particolarita' di ciascuna famiglia religiosa, l'opportunita' di scegliere

preghiere sinceramente condivise, l'adeguata preparazione dei partecipanti.

"La pratica della preghiera comune - ha concluso Dupuis - e' basata su una

comunione nello Spirito di Dio condivisa in anticipo da tutti, la quale

cresce e va approfondita mediante tale pratica. Essa appare quindi come

l'anima del dialogo interreligioso, come pure la garanzia di una

conversione comune piu' profonda di tutti verso Dio e verso gli altri".

 

LA PREGHIERA NELL'ORTODOSSIA, NEL CATTOLICESIMO E NEL PROTESTANTESIMO

Quale posto occupa la preghiera nelle diverse

tradizioni cristiane? Su questo tema si sono confrontati, a conclusione

della prima giornata di lavori, il prof. Paolo Ricca della Facolta' valdese

di teologia (Roma), don Manlio Sodi dell'Universita' Salesiana di Roma e

l'archimandrita ortodosso greco Athanasios Hatzopoulos, docente di teologia

in Svizzera.

Il prof. Ricca ha richiamato l'attenzione sullo specifico contributo

dell'esperienza protestante: "A cominciare dai riformatori - ha detto - la

preghiera e la critica della preghiera si richiamano e si intrecciano". La

critica dei riformatori si articola almeno su tre punti: la preghiera non

va intesa come opera meritoria; cio' che conta e' la qualita', non la

ripetizione o la moltiplicazione delle preghiere; solo il Padre e' il

destinatario delle preghiere dei credenti. Dal Padre Nostro alle semplici e

brevi preghiere che scandiscono la giornata, la Riforma, con la sua opera

di "alfabetizzazione cristiana del popolo", ha inteso mettere la preghiera

al centro della catechesi. Anche le critiche "esterne" al cristianesimo,

mosse nel corso dei secoli da pensatori come Kant, Feuerbach, Freud, sono

fondamentali: "Esse ci rendono avvertiti di quanto sia difficile pregare -

ha affermato Ricca -, di quanto sia rara la preghiera". "La preghiera - ha

proseguito Ricca - rivela quindi la struttura dialogica dell'essere umano".

Pregare infatti significa "avventurarsi in mare aperto, riconoscere che di

fronte all'Altro non si puo' restare spettatori, ma bisogna rischiare la

fede". E la fede stessa e' preghiera: "Credere e' pregare e i vari tipi di

preghiera rivelano i molteplici aspetti della fede". La preghiera e' dunque

un atteggiamento, un modo di esistere del credente. Per questo motivo - ha

concluso Ricca - la piu' alta richiesta che si possa rivolgere a Dio e'

"insegnaci a diventare preghiera vivente".

Don Manlio Sodi ha proposto in primo luogo alcune riflessioni sintetiche

sulla storia delle forme di preghiera nella tradizione cattolico romana,

sottolineando l'intreccio ricorrente e fecondo fra la preghiera personale e

quella comunitaria, fra la preghiera ufficiale e le numerose forme di

pieta' popolare che si sono sviluppate nel corso dei secoli. Di seguito ha

ricordato alcuni aspetti della preghiera liturgica: la centralita' della

Parola, che resta il fondamento di ogni espressione di preghiera;

l'importanza del linguaggio simbolico, che "ricorda che comunichiamo con

tutti noi stessi e che il coinvolgimento di tutta la persona e' un dato

essenziale"; la consapevolezza di essere sempre in cammino, in un

itinerario spirituale mai concluso, che va accompagnato e sostenuto dalla

preghiera liturgica. Nel rapporto con altre esperienze religiose - ha

concluso - bisogna "educare all'esperienza della preghiera". "Educare al

dialogo con il Dio della vita": questa e' la vera sfida di ogni espressione

di preghiera.

L'archimandrita Hatzopoulos ha offerto alcuni spunti di riflessione sulla

preghiera nella tradizione cristiana orientale, con una attenzione

specifica al pensiero patristico. Per la tradizione orientale - che pure

lascia ampio spazio alla preghiera personale - resta centrale la dimensione

comunitaria del pregare: "Dove due o tre persone sono riunite nel suo nome

- ha ricordato - la' e' certa la presenza di Cristo". Dunque la preghiera

in forma comune, "memoriale" di cio' che Dio ha fatto e fa per il genere

umano, e' al centro della vita cristiana. La sua pratica costante e

perseverante costituisce inoltre un modo per "orientare il credente,

aiutarlo a capire e acquisire il linguaggio della tradizione". Hatzopoulos

ha sottolineato tre caratteristiche della preghiera nella tradizione della

chiesa d'oriente: la partecipazione del corpo (e non solo di cuore e

intelletto), la preghiera silenziosa (spesso accompagnata dal "komvoskini",

il rosario ortodosso i cui nodi vengono fatti scorrere fra le mani ma senza

alcuna emissione di suono), e la preghiera con le icone, che "servono

all'orante come ponte per passare dal sensibile e intelleggibile alla

visione spirituale". Il teologo ortodosso ha concluso ricordando

l'importanza, nella tradizione ortodossa, della "preghiera di Gesu'", cioe'

della ripetuta invocazione del nome di Cristo: una invocazione radicata

nella dottrina trinitaria, che non e' meccanica ripetizione di una formula

magica, ma frutto della perseveranza e della fedelta' cristiana, il cui

scopo e' di "dare all'intelletto di cercare, nella semplicita', non tanto

l'ampiezza quanto la profondita'".

 

LA PREGHIERA NELLA TRADIZIONE DI EBRAISMO, ISLAM, INDUISMO E BUDDHISMO

Dopo aver esaminato la preghiera nelle

confessioni cristiane, l'attenzione della XXXVI Sessione ecumenica del SAE

si e' spostata, nelle mattinate di lunedi' 26 e martedi' 27 luglio, sulla

preghiera nelle grandi religioni mondiali. Intervistata dalla giornalista

della RAI Gabriella Caramore, la bramina induista Jaya Murthy ha esposto

alcuni elementi fondanti dell'induismo, partendo dalla propria biografia:

dalla formazione religiosa avvenuta nella stessa famiglia d'origine,

all'esperienza del confronto con la cultura occidentale in Italia. Molto

suggestivo il confronto sulla preghiera del Padre Nostro, che ha aiutato la

comprensione delle forti differenze teologiche e spirituali con il

cristianesimo, ma ha anche offerto interessanti suggestioni e suggerimenti

per il dialogo. Mettersi in ascolto della spiritualita' dell'altro e'

dunque possibile: l'incontro con Jaya Murthy si e' concluso con la

recitazione comune di un testo sacro: "O Signore portami lontano da cio'

che non e' la verita', e conducimi verso il sentiero della verita'".

Bruno Tonoletti, presidente del Monastero buddhista zen Soto Fudenji di

Salsomaggiore, e' stato intervistato dalla giornalista Lucia Cuocci della

rivista "Confronti": anche in questo caso si e' privilegiato l'intreccio

fra la biografia e l'esperienza spirituale. Tonoletti si e' soffermato

soprattutto sull'incontro fra la spiritualita' buddhista e la tradizione

cristiana occidentale, fatta di incontro ma anche di pericolosi malintesi.

Il dialogo, anche la preghiera comune sono possibili, ma "mai nella

prospettiva della omologazione fra le diverse esperienze religiose, bensi'

nella consapevolezza profonda e salda di cio' che si e', delle differenze e

della peculiarita' della propria strada".

La preghiera e' un dialogo dell'uomo con Dio e di Dio con l'uomo; la

preghiera e' "culto del cuore": questo il messaggio del rabbino Elia

Kopciowski, intervistato da Simone Morandini del SAE sulle forme della

preghiera ebraica. Un colloquio vivace, in cui l'ex rabbino capo di Milano

ha ricordato come nella tradizione ebraica il confine tra preghiera

personale o spontanea e preghiera codificata secondo la liturgia non sia

mai stato netto. La preghiera familiare ne e' un buon esempio: allo stesso

tempo spontanea e codificata in forme liturgiche specifiche. "La preghiera

nasce nell'essere umano spontaneamente - ha affermato Kopciowski -, come

meraviglia di fronte alla creazione: non appena si rivolge alla natura e al

creato l'uomo non puo' fare a meno di rivolgere il proprio sguardo al

creatore". Ma la preghiera nasce anche come "chiamata in causa di Dio nelle

situazioni dolorose dell'esistenza". In ebraico si usa il termine

"tehillah" per riferirsi all'atto del pregare, ma "tehillah" non significa

solo pregare, bensi' anche meditare, riflettere, chiamare Dio a giudice.

Pregare e' dunque "un invito a Dio ad intervenire nelle nostre vite, ad

essere presente nell'esistenza delle sue creature; e' la richiesta rivolta

a Dio di non dimenticare la sua creatura". Allo stesso tempo, ha ricordato

Kopciowski, la pratica della preghiera implica l'accettazione della

volonta' di Dio, per quanto imperscrutabile essa sia". In questo dialogo e'

coinvolta tutta la persona: cosi' nella sensibilita' ebraica e' importante

anche la gestualita', in quanto modo per accompagnare il "culto del cuore":

"Non si puo' restare fermi di fronte all'incontro con Dio. La gestualita'

e' una conseguenza del pronunciare una preghiera". Chi prega, dunque, sa di

potersi rivolgere al "Dio vicino": la lode nasce dalla pienezza della vita,

come ringraziamento al Dio vicino che da' ascolto alla sua creatura. Anche

le benedizioni, che accompagnano e scandiscono la giornata sono dunque

autentico "culto del cuore", attraverso cui instaurare un dialogo con Dio e

"chiamare Dio a dialogare con noi".

La centralita' del corpo coinvolto nella preghiera e' emersa anche

nell'intervento del musulmano Ali Schuetz, intervistato da Paolo Naso,

direttore della rivista "Confronti". Dopo aver estratto da una valigia di

cartone gli "strumenti" della preghiera musulmana (il tappeto, il vestito

da preghiera, il calendario che indica gli orari quotidiani, il rosario che

serve a contare le lodi di Dio e, naturalmente, il Corano), Schuetz ha

ripetuto i movimenti della preghiera canonica ("salat"), illustrando i

significati delle varie posizioni del corpo e delle parole che le

accompagnano. L'esponente musulmano ha affermato che per l'islam non vi

sono problemi a condividere la preghiera con credenti di altre fedi,

ricordando che nella moschea di Maometto pregarono anche dei cristiani e

persino dei politeisti; ha pero' invitato a non forzare le occasioni di

preghiera comune, rispettando le diverse sensibilita' ed evitando le

scenografie allestite ad uso e consumo dei media.

LA PREGHIERA ILLUMINATA DALLA SCRITTURA: LE MEDITAZIONI BIBLICHE QUOTIDIANE

Dopo le relazioni iniziali, che hanno messo a

fuoco il significato della preghiera nel cristianesimo, nell'ebraismo,

nell'islam, nell'induismo e nel buddismo, i lavori della Sessione ecumenica

del SAE sono stati scanditi dalle meditazioni bibliche quotidiane, dalle

liturgie e da una serie di gruppi di studio.

La serie di meditazioni bibliche e' stata inaugurata lunedi' da Amos

Luzzatto, presidente dell'Unione delle comunita' ebraiche in Italia, con

una riflessione su Genesi 4, 26: "Anche Set ebbe un figlio e lo chiamo'

Enos. Allora incomincio' ad invocare il nome del Signore". "Si tratta - ha

detto Luzzatto - della prima menzione, nei testi biblici, della preghiera.

Da quel momento l'essere umano, con le sue emozioni e il suo sentire, si

appella al Dio unico, lo chiama e lo invoca". Attraverso numerosi esempi

biblici (in particolare Genesi 3, 9: "Abramo, dove sei?") Luzzatto ha

evidenziato la doppia valenza del verbo chiamare nel contesto biblico: la

chiamata di Dio rivolta all'essere umano, ma anche l'invocazione dell'uomo

rivolta a Dio: la preghiera. "Non sempre l'uomo e' in condizione di

rispondere a questa chiamata. A volte l'essere umano non e' capace di

recepire la voce di chi lo chiama. Spesso - ha affermato Luzzatto -

riteniamo che sia Dio a sottrarsi alla chiamata, ma dovremmo renderci conto

che siamo noi stessi (cosi' come Adamo nel giardino) a sottrarci alla

relazione con lui". L'uomo dunque riceve la chiamata, ma allo stesso tempo

si rivolge a Dio e lo chiama nella preghiera. Dalla preghiera, ha concluso

Luzzatto, il credente "non aspetta contropartite, non chiede alcun premio

ma attende solo la vicinanza di Dio". Il dialogo fra Dio e l'uomo "non ha

altro fine che se stesso e premia in quanto ha luogo". Il credente quindi

non chiede compensi o benefici attraverso la preghiera, ma si limita ad

affermare la sua fiducia in Dio. In questo senso la preghiera puo' dirsi,

secondo Luzzatto, un "atto di fiducia senza limiti".

Commentando il brano biblico in cui Mose' intercede per il popolo,

colpevole di aver adorato il vitello d'oro (Esodo 32), il pastore valdese

Fulvio Ferrario ha rilevato che Mose' fa valere contro Dio la stessa Parola

e la promessa di Dio. La preghiera e' dunque anche lotta con Dio: ma per

poter "giocare Dio contro Dio", come fa Mose', e' necessario che la nostra

preghiera sia radicata nella lettura quotidiana della Bibbia, che sia

"innervata di parola". La preghiera autentica, ha proseguito il teologo

protestante, e' sempre solidale con l'umanita' peccatrice: Dio propone a

Mose' di distruggere il popolo idolatra e dargli un nuovo popolo, ma Mose'

rifiuta l'offerta: "il profeta, infatti, e' uomo di Dio davanti al popolo,

e uomo del popolo davanti a Dio".

Commentando il Salmo 148, in cui l'intero creato e' invitato a lodare il

Signore, Enzo Bianchi, priore della comunita' monastica di Bose, ha

proposto una meditazione sul rapporto tra la preghiera e la bellezza: "La

bellezza - ha detto - e' rivelazione, produce comunione, e chi cerca la

bellezza cerca, anche se non lo sa, in modo sordo e confuso, Dio stesso".

Il pastore battista Paolo Spanu ha invece affrontato la drammatica

preghiera di Gesu' nel Getsemani, affermando che la preghiera puo' essere

lotta: "non una contesa che si risolve sul piano del puro contrasto di

posizioni e di ruoli, ma che viene assunta come dimensione della

problematicita' della fede". In questo senso, l'invocazione "Padre mio" e'

"una frase paradossale, perche' grida e proclama che Dio e' lontano e devi

usare il piu' dolce degli appellativi per attirarlo a te". "Cosi' tocca a

noi - ha concluso Spanu - pregare di fronte alle tragedie di questa nostra

umanita'". L'ultima meditazione quotidiana e' stata affidata, sabato

mattina, alla religiosa benedettina suor Myriam Mele, che ha commentato

l'esclamazione di Gesu': "Ti ringrazio, Padre, perche' hai nascosto queste

cose ai grandi e ai sapienti e le hai fatte conoscere ai piccoli" (Matteo

11,25): "L'epifania della Sapienza - ha detto suor Mele - si annida nella

debolezza e si rivela solo agli umili"; viene sconfitta "la pretesa

orgogliosa di conoscere Dio, di possederlo quale oggetto del proprio

compiaciuto argomentare".

 

IL PADRE NOSTRO, PREGHIERA COMUNE DI TUTTI I CRISTIANI

Una eucarestia cattolica, un culto protestante

di Santa Cena, una divina liturgia ortodossa, due celebrazioni ecumeniche e

una preghiera ebraica di introduzione al Sabato hanno concretamente

arricchito l'esperienza di preghiera dei partecipanti alla Sessione di

formazione ecumenica del SAE. La liturgia cattolica, svoltasi domenica, e'

stata presieduta da mons. Giuseppe Chiaretti, arcivescovo di Perugia e

presidente del Segretariato per l'ecumenismo e il dialogo della Conferenza

episcopale italiana (CEI), che ha affermato che "la preghiera, denominatore

comune di tutte le esperienze religiose, anche le piu' ardue, e' la prima

via di un serio dialogo ecumenico ed interreligioso" ricordando

l'intuizione di Giovanni Paolo II, che nell'ottobre 1986 convoco' ad Assisi

gli esponenti delle religioni mondiali per pregare simultaneamente per la

pace. Durante il culto protestante, svoltosi nel pomeriggio di martedi', la

pastora battista Elizabeth Green ha affermato che Dio non rende vane le

diverse tradizioni religiose, ma al contrario le valorizza. "L'importante -

ha detto - e' che l'Iddio che viene invocato in modi diversi e in forme

diverse risponda alla preghiera". La liturgia ortodossa si e' svolta

mercoledi' mattina, presieduta dall'arcivescovo ortodosso rumeno Iosif Pop,

che ha rivolto un appello a superare le divisioni di cristiani,

rivolgendosi in primo luogo ai laici e ai giovani delle diverse

confessioni: "Credo che l'unita' della Chiesa deve e puo' partire dal

popolo. E' il popolo di Dio che spinge verso la conoscenza reciproca e la

riconciliazione".

Giovedi' pomeriggio i partecipanti alla Sessione si sono trasferiti a

Montepulciano dove, nella splendida cornice del Tempio di San Biagio, opera

di Antonio da Sangallo, i partecipanti alla Sessione hanno pregato insieme

il Padre Nostro, per la prima volta nella nuova traduzione

interconfessionale recentemente varata in un convegno ecumenico svoltosi a

Perugia su iniziativa della Conferenza episcopale, della Federazione delle

chiese evangeliche e della Arcidiocesi greco-ortodossa d'Italia. La

preghiera che Gesu' ha insegnato ai discepoli e' stata commentata a tre

voci. Monsignor Vincenzo Savio, vescovo ausiliare di Livorno, si e'

soffermato sulla domanda dei discepoli che precede il Padre Nostro,

"insegnaci a pregare", affermando che questa richiesta va rinnovata

quotidianamente, e sull'invocazione "Padre nostro": "Cristo ci spinge a

relazionarci con Dio con la sua stessa confidenza"; Dio non e' piu'

l'impronunciabile, l'Altissimo irraggiungibile ma, appunto, nostro Padre.

La richiesta "venga il tuo regno", ha detto il pastore Valdo Benecchi,

presidente dei metodisti italiani, non va intesa in senso spiritualistico,

perche' il regno di Dio viene sulla terra: "in Cristo esso si intreccia ai

nostri destini e li riscatta∑ Il regno di Dio e' la realta' della nostra

speranza di pace e di giustizia. Non c'e' piu' un destino immutabile, ma un

nuovo dinamismo viene impresso alla vita umana". L'arciprete ortodosso

rumeno Traian Valdman ha sottolineato il carattere plurale delle domande

del Padre Nostro, che "ci fa uscire dall'egoismo isolazionista e ci

predispone alla comunione con tutti i figli di Dio, facendoci scoprire

l'universalita' della chiamata di Dio alla figliolanza". L'ultimo momento

liturgico si e' svolto venerdi' sera, con la cerimonia ebraica di "ingresso

del Sabato", accompagnata da melodie tradizionali eseguite da Manuela

Sorani, esperta di musica ebraica.

 

SOLO NEL RISPETTO DELL'ALTRO E' POSSIBILE ANNUNZIARE IL NOME DI CRISTO

I lavori della trentaseiesima Sessione di

formazione ecumenica del SAE si sono conclusi con la presentazione del

lavoro svolto dai gruppi e con una tavola rotonda conclusiva. Ben tredici i

gruppi, animati da una cinquantina di esperti: oltre a gruppi di studio

veri e propri, che hanno approfondito il significato della preghiera in

rapporto alle diverse tradizioni religiose e a tematiche di attualita' (la

preghiera e le donne, l'impegno per la giustizia, i mass media, modernita'

e post-modernita'), vi erano anche alcuni laboratori pratici, come quelli

su poesia, gestualita', musica. Alla tavola rotonda finale, svoltasi sabato

27 luglio, hanno preso parte il teologo protestante Paolo Ricca e Piero

Stefani, esperto cattolico di ebraismo. Parlando sul tema "L'Ineffabile dai

molti nomi", Paolo Ricca ha affermato che non solo Dio e' ineffabile, per

cui su di lui noi umani "possiamo solo balbettare", ma anche l'essere umano

e' ineffabile, nel senso che "siamo tutti creature provvisorie, ancora da

trasformare nell'immagine del nuovo Adamo": alla fine dei tempi Dio ci

dara' un nuovo nome. Il Dio ineffabile, imprevedibile, che "frantuma e

disarticola ogni discorso" che noi possiamo tentare su di Lui, e' pero' al

tempo stesso un Dio "invocabile, affidabile e reperibile". Nel suo

intervento, Piero Stefani ha ripreso i grandi temi affrontati durante la

Sessione, concludendo con una riflessione sul nome di Cristo: un nome che,

come e' scritto nella lettera ai Filippesi, e' "al di sopra di ogni nome",

ma che i cristiani possono proclamare solo a condizione di avere "lo stesso

sentimento di Cristo" (Filippesi 2,5), cioe' la sua umilta', il suo

"abbassamento" (kenosis), la capacita' di rispettare gli altri stimandoli

"superiori a se stessi".

Gli Atti della Sessione saranno pubblicati presso l'editrice Ancora di Milano.

 




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