Botta e risposta tra un missionario e la CEI

 

LA CAMPAGNA C.E.I. SUL DEBITO

di Giorgio Beretta*

La Conferenza Episcopale Italiana (C.e.i.) ha lanciato la "Campagna ecclesiale per la riduzione del debito estero", per "rendere efficace in Italia l’appello per la cancellazione del debito dei paesi più poveri".

Non possiamo non valutare positivamente questa attenzione della Cei al problema, inserendolo nell’agenda delle iniziative per il Giubileo. Impegnati già da tempo nell’informazione su questi temi, vorremmo però esprimere alcuni rilievi.

Il primo riguarda il tipo di presenza ecclesiale. Nel testo compare qualche accenno alle altre campagne e ci si propone di cercare sinergie "con le iniziative già avviate"; inoltre, varie delle forze ecclesiali promotrici sono già presenti in altre campagne in Italia. In questo contesto, l’iniziativa di lanciare una propria e specifica campagna ecclesiale, ci lascia perplessi soprattutto quando si chiede che "gli uomini di buona volontà" collaborino con noi, mentre difficilmente come credenti ci inseriamo in cammini già intrapresi da altri. In altre parole, ci sembra che questa campagna risponda ad una visione di chiesa ancora una volta preoccupata a raccogliere attorno a sé il contributo e l’aiuto altrui, più che a partecipare all’azione già iniziata da altri. Avremmo perciò preferito un’iniziativa nel segno dell’ecclesiologia missionaria, che si mettesse cioè al fianco di altri organismi non-governativi, anche non-confessionali, già da tempo impegnati nel settore.

Un secondo rilievo riguarda il tipo di intervento morale e politico che la campagna intende svolgere. Tra gli obiettivi vi è quello di fare pressione politica presso il governo italiano e gli organismi internazionali per attivare interventi di cancellazione significativa del debito. Oltre a questa "pressione morale", gli organizzatori propongono una "grande raccolta di fondi" per acquistare dal governo italiano parte del debito che alcuni paesi poveri hanno contratto. Così facendo però, la comunità ecclesiale italiana finisce con l’attuare un tipo di pressione non solo morale bensì di rilevanza finanziaria sostenuta dalla "grande raccolta" di fondi (valutata dai promotori attorno ai 100 miliardi di lire). Questo tipo di "pressione politico-finanziaria", sicuramente efficace e valida per altri organismi, ci sembra distante dal ruolo più umile, ma irrinunciabile, di una chiesa che si mette a fianco dei senza voce, i quali oberati dal debito ingiusto –già abbondantemente pagato– possono solo chiederne la cancellazione. Una chiesa cioè davvero povera e profetica, che vive, crede e si fa forte solo della parola dei poveri e del Vangelo.

Infine un rilievo circa la "credibilità" e cioè la capacità di testimonianza della campagna. Siamo sicuri che essa coinvolgerà buona parte della comunità cristiana italiana sensibilizzandola sul problema del debito. Ma ci sembra che mentre la chiesa invita i fedeli ad "avviare stili di vita che esprimano coerenza tra i nostri comportamenti e la richiesta di vita dignitosa nel terzo mondo" –chiedendo anche un contributo finanziario– dovrebbe impegnarsi anche a mettere in discussione se stessa rivedendo, ad esempio, le proprie priorità nella pastorale, nell’impegno missionario, nella gestione e trasparenza delle proprie finanze, ed esaminando la coerenza tra la campagna sul debito e altre iniziative intraprese per l’Anno Santo. Intendiamo dire che questa –che è la seconda campagna ufficiale della Cei dopo quella dell’otto per mille– vede purtroppo la Cei ancora una volta alle prese con soldi e fondi. Non ci scandalizziamo per questo; sappiamo tutti che il problema del debito è anche un problema finanziario. Ma ci piacerebbe –e forse siamo ancora in tempo visto che l’anno giubilare non è ancora iniziato– che accanto all’invito rivolto ai fedeli ci siano gesti che manifestino quella coerenza e dignità che si chiede. Perché il problema del debito non è un problema di efficacia e di finanze, ma di giustizia e dignità. Per tutti.

( da "Missione oggi" ottobre '99)

*Giorgio Beretta è un missionario saveriano

LA CAMPAGNA CEI SUL DEBITO: UNA RISPOSTA

Di Riccardo Moro*

Ho letto con attenzione e interesse la nota pubblicata nell'ultimo numero di Missione Oggi, nella quale si esprime apprezzamento per la scelta della Conferenza Episcopale Italiana (Cei) di lanciare una Campagna sul tema del debito. Nella nota compaiono anche alcuni rilievi che attraverso una comunicazione più completa forse possono essere superati. E' opportuno infatti chiarire, ad esempio, che la Campagna lanciata dalla Cei non è alternativa ad altre iniziative analoghe presenti in Italia e a livello internazionale. Anzi, l'orizzonte internazionale nel quale siamo collocati è proprio quell'appello del Papa a cui il movimento internazionale Jubilee 2000 ha ritenuto di dare risposta, movimento con il quale abbiamo rapporti e collaborazioni quotidiane sia a livello nazionale che internazionale. Ciò che distingue la Campagna ecclesiale non è la ricerca di un profilo autonomo, ma la volontà di sviluppare una azione pastorale che raggiunga e coinvolga tutta la comunità ecclesiale, nella sua ricca e articolata composizione, e questo obiettivo naturalmente non può essere oggetto di impegno da parte di organizzazioni non confessionali. Viceversa è vivo e già concreto il dialogo della Campagna con le altre realtà impegnate sulla questione del debito, come testimonia, per citare un esempio, la partecipazione al Forum sul debito del 21 e 22 settembre a Roma. Mi chiedo invece se sia giusto e opportuno disegnare dei confini al ruolo della nostra Chiesa. La nota esprime disagio all'idea che la Chiesa italiana si occupi di denaro per intervenire sul debito. Ma la nostra è una Chiesa del Nord, una Chiesa composta di uomini e donne che, insieme, sono di fatto ricchi se paragonati agli uomini e alle donne, alle chiese del Sud del mondo. "Compromettersi", "sporcarsi le mani" occupandosi di denaro non è forse un modo per accettare le proprie corresponsabilità di cittadini del Nord? Non è un modo per cercare di evitare il rischio di cadere nel ruolo comodo di denunciare le ingiustizie senza modificare la propria condizione? Raccogliere del denaro insieme, dopo aver fatto un cammino per accrescere la consapevolezza delle ingiustizie nel rapporto Nord-Sud, non è un modo, certo ancora simbolico, ancora non sufficiente, di "restituire" a qualcuno dei nostri fratelli ciò che a loro appartiene e di cui noi abbiamo beneficiato? La nota sottolinea infine l'esigenza di coerenza tra gli inviti della campagna e i comportamenti della comunità ecclesiale. E' un tema importante che coinvolge tutta la chiesa italiana: gli uffici centrali della Cei e le famiglie dei laici, singoli parroci e istituti religiosi. Credo che l'avere scelto un tema come questo per una campagna ecclesiale nazionale sia una opportunità per crescere insieme, con la collaborazione di tutti, anche in questa direzione. Vorrei sottolineare ancora una volta che in questo come in tutto lo sviluppo della Campagna è opportuno il contributo di tutti. La Campagna è di tutti e raggiungerà con efficacia i propri obiettivi se vedrà la collaborazione fraterna e concreta di tutte le componenti ecclesiali ad arricchirla e renderla viva. In questo senso credo che quella dei missionari, e fra queste naturalmente quella dei missionari saveriani, possa essere una delle collaborazioni più preziose.

( da Misna 29-9-'99)

* Riccardo Moro è membro del Comitato Ecclesiale Cei per la Riduzione del debito dei paesi più poveri




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