Il pentimento debole e incompleto del papa

Un articolo di Luigi Sandri

Il documento Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato, approntato dalla Commissione teologica internazionale (Cti), ecclesialmente e politicamente è uno dei fatti più importanti del lungo pontificato wojtyliano. Tanto importante che il card. Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (il dicastero della Curia romana che vigila sulla "ortodossia" del miliardo e 45 milioni di cattolici sparsi nel mondo), ed anche presidente della Cti, si è affrettato ieri a spiegare che il testo "non è un documento del magistero". Formalmente questo è verissimo, perché i testi della Cti sono di per sé di carattere consultivo, di studio, seppure importanti perché redatti dalla trentina di teologi rappresentanti varie sensibilità e vari Paesi - per l’Italia: il napoletano mons. Bruno Forte - che compongono la Commissione (dalla quale i teologi e le teologhe di punta sono tenuti comunque lontani).

Ma, se Ratzinger ha ragione dal punto di vista formale, intonsa rimane la domanda: perché mai la Santa Sede, che fa pubblicare documenti su temi molto meno importanti ai vari dicasteri curiali, ha scelto questa via "secondaria" per affrontare un tema - quello del Mea culpa per le colpe passate dei "figli della Chiesa" - che papa Wojtyla ha voluto invece mettere come punto caratterizzante del grande Giubileo da lui convocato per il Duemila? A questa domanda si possono naturalmente dare risposte variegate: la nostra è che la questione del Mea culpa vede profondissimi contrasti all’interno del corpo variegato delle Chiesa cattolica romana, dalla base ai vertici. Vede contrasti nel mondo teologico e, soprattutto, all’interno del Sacro Collegio cardinalizio che prima o poi sarà chiamato a scegliere il successore di Giovanni Paolo II. Un successore che sarà scelto - crediamo - in particolare per come si pone proprio rispetto al Mea culpa. Da qui l’idea di affidare alla Cti il "ballon d’essai" sullo scottante argomento.

Domenica prossima, 12 marzo, durante una celebrazione eucaristica in San Pietro, sarà lo stesso pontefice a pronunciare quella che mons. Piero Marini, maestro delle cerimonie pontificie, ha definito "domanda di perdono al Signore per i peccati passati e presenti dei figli della Chiesa". Quello sarà, ovviamente, un atto di magistero. Dunque, per valutare complessivamente la operazione Mea culpa occorrerà vedere che cosa dirà e che cosa farà il papa domenica, con un intervento che, seppure avrà come "background" il pensiero della Cti, potrebbe contenere anche spunti diversi. Per intanto, appuntiamo la nostra riflessione, sia pure per flash, sul documento presentato ieri in Vaticano.

In varie occasioni, soprattutto nei suoi 90 viaggi internazionali, Giovanni Paolo II aveva pronunciato dei Mea culpa su singoli episodi, come le responsabilità anche dei cristiani per la tratta degli schiavi, l’evangelizzazione con la violenza degli indios delle Americhe, o le responsabilità che i cattolici condividono con ortodossi ed evangelici per la divisioni nella Chiesa.

Ma, nelle lettera apostolica Tertio millennio adveniente – con la quale nel ’94 avviava la preparazione del Giubileo - Wojtyla annunciava che la confessione di peccato non poteva più essere episodica, ma doveva costituire un punto-chiave del 2000. Infatti, secondo il papa il passaggio di millennio doveva essere anche il momento di un grande "esame di coscienza" sul passato: per ringraziare il Signore per il bene compiuto nella Chiesa e nel mondo dai santi ma, anche, per implorare perdono per le controtestimonianze date nella storia dai "figli della Chiesa". In particolare, diceva il papa, "un capitolo doloroso sul quale i figli della Chiesa non possono non tornare con animo aperto al pentimento è costituito dall’acquiescenza manifestata, specie in alcuni secoli, a metodi di intolleranza e perfino di violenza nel servizio della verità".

L’idea di Wojtyla, ben vista da alcuni cardinali, aveva invece provocato l’ostilità di altri (in Italia ben rappresentati dall’arcivescovo di Bologna, Giacomo Biffi). Il papa aveva comunque insistito nel suo progetto: nel ’97 il Vaticano ha organizzato un simposio sull’Inquisizione e, nel ’98, uno sull’antigiudaismo. I due temi – quasi un riassunto dei "peccati" dei "figli della Chiesa" – avevano suscitato non concordi valutazioni nell’ambito teologico ed ecclesiale. Questa disparità di pareri, ci sembra, emerge nel documento della Cti, attentissimo a ribadire che la "Madre Chiesa" è santa, anche se in essa ci sono "peccatori"; e che, dunque, a peccare, se peccati ci sono stati, sono stati i "figli", non la "Madre".

Ma come giudicare il passato? Come condannare chi, magari del tutto in buona fede – nel contesto storico, culturale e teologico del suo tempo – ha compiuto azioni che oggi la Chiesa giudica "errore"? Il documento della Cti, in proposito, invoca tre principi: 1/ di coscienza (nessuno, fuori di Dio, può giudicare in profondità le scelte della singola persona), 2/ di storicità (ogni atto va giudicato nel determinato orizzonte di spazio e di tempo in cui è stato compiuto), 3/ del cambiamento di paradigma (un conto la situazione quando vi era una "osmosi" tra Chiesa e Stato, un conto dopo l’Illuminismo ed oggi). Ma, per la "solidarietà" che lega nel tempo tutti i credenti in Gesù, questi criteri non possono portare a "minimizzare" eventi e scelte che "oggettivamente" hanno avuto gravi e dolorose conseguenze.

Nella sua impostazione, il documento della Cti tace però su un punto fondamentale, vero tallone di Achille dell’intero testo. Il punto è che a "sbagliare" non furono tanto, o non furono solo singoli cristiani e cristiane, o magari parroci sprovveduti o laici insipienti. I "metodi di intolleranza e perfino di violenza" per imporre la "verità" (quella della Chiesa, da questa ritenuta La Verità, quella maiuscola) sono stati proclamati per un millennio dai papi e dai Concili, cioè dalle massime espressioni del Magistero della Chiesa. Il principio che in una "societas christiana" fosse lecito, e perfino doveroso, sterminare gli "eretici" (cristiani che, secondo il potere ecclesiastico, avevano tradito la fede) è stato parte costitutiva del pensiero teologico e della prassi della Chiesa e delle Chiese per secoli. Dire che "a quei tempi" tutti pensavano così non scioglie affatto questo nodo. Perché mai, "a quei tempi", il magistero papale non accolse come norma generale la profezia di un Francesco di Assisi che, in epoca di crociate, va dai governanti musulmani d’Egitto armato di solo evangelo? Ma anche se il mondo intero avesse ritenuto lecito bruciare i nemici, come mai la Chiesa romana che si presenta e si presume "colonna della verità", non intuì l’errore capitale?

La distinzione tra "Chiesa" e figli della Chiesa" appare dunque un marchingegno per non affrontare il problema capitale: come mai il magistero ecclesiastico per secoli ha accettato (pensando soggettivamente di dar gloria a Dio, questo è certo) la liceità di uccidere una persona, "se" secondo lui eretica? Da quest’insanabile contraddizione se n’esce solo, forse, se si parte dal principio affermato dal teologo svizzero-tedesco Hans Küng: Dio, nella sua misericordia, conserva la sua Chiesa malgrado i peccati e gli errori che essa commette.

E, ancora, se n’esce se si riflette fino in fondo sulle drammatiche (evangelicamente parlando) conseguenze che hanno pervaso la Chiesa e le Chiese-istituzione che hanno scelto e benedetto, e non solo diciassette secoli fa, il Costantinismo. Il silenzio imbarazzato del documento della Cti su questa problematica cruciale è più eloquente di ogni parola.

Il prossimo 3 settembre Wojtyla intende beatificare, insieme con Giovanni XXIII, anche Pio IX. Questi, del tutto coerente alla teologia ed al Diritto canonico dell’Ottocento, e soggettivamente in perfetta buona fede, approvò, benedisse e difese che ad una famiglia ebrea di Bologna (allora negli Stati della Chiesa) l’inquisitore locale facesse rapire il figlio, Edgardo Mortara, perché questi tempo prima era stato nascostamente battezzato da una cameriera. Male aveva fatto questa a battezzare il bambino contro la volontà dei genitori; ma ormai questi era battezzato, e dunque la Chiesa, secondo il papa, aveva il diritto – diritto divino – di strapparlo ai genitori per educarlo a Roma nella fede cristiana. L’intera Europa, "a quei tempi", protestò contro Pio IX, ma questi non volle sentire ragioni. I diritti del Padre celeste, diceva, vengono prima del padre terreno – un non cattolico.

Questo è un piccolo caso (altri simili se ne potrebbero addurre), ma nella sua eloquenza vale più di mille documenti teologici. Se le molte parole sui "peccati" dei "figli della Chiesa" pronunciate ieri – e alcune di esse sono coraggiose e sofferte – hanno senso, la beatificazione di Pio IX non s’ha da fare. Se, invece, si farà, potremo considerarla, insieme ai nostri amici ebrei, come la "interpretazione autentica" del solenne Mea culpa vaticano.

( da " Il Manifesto", 8 marzo 2000)




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