2 febbraio 2002 a Milano

secondo incontro nazionale su "fede e persone omosessuali"

Le relazioni di Mons. Chiavacci, Elisabeth Green, Domenico Pezzini e Gianni Geraci

Circa 200 persone, provenienti da tutta Italia, hanno partecipato il 2 febbraio a Milano al convegno "Il posto dell'altro. Le persone omosessuali nelle Chiese", organizzato dal "Coordinamento gruppi di omosessuali cristiani in Italia" e dall'associazione italiana "Noi siamo Chiesa", in collaborazione con la "Corsia dei servi". La mattinata è stata interamente occupata dall'intervento di don Enrico Chiavacci, docente di teologia morale alla Facoltà teologica dell'Italia centrale, il cui messaggio era riassunto nel titolo: "Omosessualità e morale cristiana: cercare ancora". L'ampio excursus storico-teologico del noto moralista è, infatti, partito dalla constatazione che l'idea dell'esistenza di "persone omosessuali", cioè esclusivamente o prevalentemente attratte da individui dello stesso sesso, risale al XIX secolo e nei documenti ufficiali della Chiesa al 1975, mentre prima era assente e tutta la tradizione etica si riferiva "a persone eterosessuali che liberamente mettevano in atto comportamenti omosessuali". Questa caratteristica accomunava i rapporti omosessuali praticati nel mondo greco: ad Atene come momento essenziale della relazione educativa tra maestro e discepolo; a Sparta come strumento per la costruzione di rapporti camerateschi tra guerrieri. La visione cambia con l'idea aristotelica di "legge di natura", che indica "l'ordine, ritenuto naturale, di organizzazione sociale" e porta a condannare l'omosessualità maschile (non quella femminile né quella tra padrone e schiavo) in quanto pone l'uomo passivo in posizione dominata. Proprio "un peccato di dominio indebito e, nel consenziente, un peccato di abdicazione del proprio ruolo naturale di dominatore" motiva, secondo mons. Chiavacci, il divieto di rapporti omosessuali tra maschi contenuto nel Libro del Levitico (Lv 18,22; 20,13), mentre nelle altre narrazioni solitamente richiamate, come l'episodio di Sodoma e Gomorra (Gen 19,1-11), il peccato sta "nella violenza, nella volontà di dominare e umiliare".
Nel Nuovo Testamento l'unico argomentato riferimento alla malizia del comportamento omosessuale si ha in Paolo nella lettera ai Romani (1,26-27). Qui, secondo il moralista, l'apostolo considera i comportamenti omosessuali (tra persone eterosessuali) una manifestazione di quel rovesciamento dell'ordine naturale che è l'idolatria, cioè la sostituzione del culto a Dio con quello a uomini o animali, e, sulla scia di Aristotele, come violazioni dei precetti necessari all'ordinata convivenza in società. Tuttavia nella successiva tradizione cristiana il concetto di "natura" perderà la propria componente sociale e sarà ridotta "agli organi, funzioni e strutture della corporeità animale considerata in sé". Ciò condurrà a ritenere "secondo natura" solo i comportamenti sessuali finalizzati alla procreazione, "un principio questo che, insieme a quello della superiorità dell'uomo sulla donna, rimarrà immutato fino agli anni '60 del secolo scorso", giustificando la definizione degli atti omosessuali come "contro natura". Gli approfondimenti nella comprensione della sessualità umana offerti dalla ricerca scientifica nell'ultimo secolo non possono a questo punto essere ignorati dalla riflessione teologico-morale e mons. Chiavacci ritiene che essa deve utilmente ricorrere all'idea di "gender identity", la quale "equivale più o meno all'interpretazione che un essere umano dà della propria appartenenza al genere maschio o femmina". Ciò consente di distinguere quattro elementi interattivi: "identificazione di genere" (col comprovato non automatismo di correlazione tra sesso biologico e sesso psicologico), "orientamento sessuale" (attrazione unica o prevalente verso un sesso), "ruolo sessuale" (socialmente assegnato al maschio e alla femmina) e "comportamento sessuale". Solo "comprendendo meglio la sessualità", ha concluso mons. Chiavacci, "si può discutere di omosessualità in modo sensato, cioè rifiutando la categoria astratta di 'omosessualità', rifiutando di considerare ogni comportamento omosessuale come a priori oggettivamente disordinato e rifiutando di considerare i transessuali o le persone di orientamento omosessuale necessariamente malate o perverse. Il problema morale dell'omosessualità va ripensato nel quadro delle nuove acquisizioni in materia di sessualità umana e la luce del Vangelo va proiettata sull'esperienza e sulla conoscenza di oggi, non sugli schemi logici e le categorie mentali dei secoli scorsi".

 

Al convegno "Il posto dell'altro. Le persone omosessuali nelle Chiese" (v. notizia precedente), la pastora battista Elizabeth Green, con la relazione "Le donne, il cristianesimo e l'eterosessualità normativa", ha offerto una riflessione sul tema dell'omosessualità a partire dalla teologia femminista. Secondo la teologa, "il cristianesimo, assumendo come fondamento la figura di Dio-Padre e modellando il rapporto con la Chiesa su quello tra marito e moglie nella società patriarcale, ha contribuito alla costruzione di un ordine simbolico sessista ed eterosessista, in cui donne e omosessuali hanno condiviso la posizione di 'altro'". Tuttavia "una coalizione tra donne eterosessuali e uomini omosessuali finiva per emarginare le donne lesbiche". Per questo le teologhe lesbiche, come Elizabeth Stuart, si richiamano a Gesù, che "non ritenne l'essere uguale a Dio qualcosa cui aggrapparsi gelosamente, ma umiliò se stesso fino alla morte di croce". Si tratta, secondo Green, "di abbandonare il miraggio di essere al centro, diventando continuamente 'altro dell'altro'". In questa prospettiva "il primo 'altro' che Dio, incarnandosi in Gesù, ha assunto, è il corpo" e "Gesù era un uomo appassionato, la cui rete primaria di relazione si basava nell'amicizia caratterizzata da una partecipazione intensa per persone come esseri corporei bisognosi di un tocco amorevole". Perciò, ha concluso, "dietro alla discussione sulle persone omosessuali c'è la paura che ciascuno nutre nei confronti del proprio corpo e il suo bisogno di un tocco amorevole. La Chiesa quindi deve ripensare la sessualità dando ascolto alle proposte di una teologia pensata a partire dall'esperienza delle donne lesbiche, la quale dà valore all'altro che ci è forse più vicino, cioè il nostro corpo e la sua forza erotica".
La parola è quindi passata a don Domenico Pezzini, sacerdote fondatore de "La fonte" di Milano, il quale ha sottolineato che, nei rapporti tra Chiesa cattolica e persone omosessuali, "se si guarda ai sacri palazzi" nell'ultimo triennio nulla è cambiato; "il World Pride 2000 di Roma è stata un'occasione persa da parte delle gerarchie vaticane". Tuttavia "nei seminterrati sono accaduti fatti significativi", come la pubblicazione di alcuni libri, il moltiplicarsi degli incontri in parrocchie e centri culturali, la nascita di nuovi gruppi di omosessuali credenti.
Gianni Geraci, portavoce del "Coordinamento gruppi di omosessuali cristiani", ha centrato l'attenzione sul "servire le Chiese partendo dalla propria omosessualità", sottolineando l'importanza che i gay cristiani si sentano "persone chiamate a seguire il cammino di Abramo, il quale da Dio si sente dire: 'Precedimi'", e ha raccontato la sua "paura di aver dovuto dare un volto, il mio, a tutti gli omosessuali credenti italiani in occasione del World Pride". Questa visibilità ha permesso di aiutare molte persone sole a condividere "le proprie difficoltà personali, la propria esperienza di fede e il proprio vissuto di omosessuali" e "gli stessi vescovi a capire che obiettivo dei nostri gruppi non è distruggere la Chiesa, ma aiutarla a diventare un segno dell'amore di Cristo".
La riflessione conclusiva, prima della lettura dell'Appello finale, è stata affidata a Marco Politi, vaticanista di "la Repubblica" e autore de "La confessione", libro-intervista a un sacerdote omosessuale. Da "osservatore", Politi ha rilevato come, per i gruppi di cristiani omosessuali, sia "finita l'epoca delle catacombe", essendo divenuti negli ultimi tre anni "interlocutori dell'opinione pubblica e, in qualche misura, delle stesse gerarchie ecclesiastiche", anche se "manca ancora una risposta ai problemi qui sollevati". In questo cambiamento il World Pride del 2000 "è stato fondamentale perché è avvenuto a Roma e perché metà dei 200.000 presenti non erano omosessuali, ma persone venute a testimoniare la propria solidarietà a chi rivendicava il diritto di vivere come è". Senza contare che "quando la gerarchia interviene in materia di sessualità, ormai il cattolico decide autonomamente, secondo la propria coscienza, come dimostra l'87% di italiani che si sono detti contrari alla recente presa di posizione del Papa sul divorzio". Di seguito, il testo dell'Appello finale.

"Il 23 ottobre 1999 gli omosessuali credenti italiani si sono incontrati a Milano per approfondire i problemi che le Chiese incontrano nel comprenderli e nel valorizzarli, per condividere il cammino di fede che, con coraggio e fatica, portano avanti all'interno delle rispettive comunità ecclesiali, per cogliere i segnali che arrivano loro dalla Chiesa e dalla società.
Da quell'esperienza è nata una rete di relazioni che ha portato gli omosessuali credenti italiani a vivere con spirito di dialogo e con serenità momenti di grande tensione, quali quelli che hanno accompagnato il World Pride 2000, quando la paura ha impedito alla Chiesa di comunicare ai milioni di omosessuali che attendono da essa una parola di speranza, il senso profondo del messaggio evangelico, che consiste nel mettere al centro chi è emarginato e perseguitato per la sua diversità.
Da quell'esperienza è nato un libro (AAVV. Il posto dell'altro, La Meridiana, Molfetta, 2001) che, per molti di noi, è stato uno stimolo per continuare, al di là dello scetticismo che ci circonda, a ricercare uno specifico cammino delle persone omosessuali verso la pienezza della vita cristiana. Ci hanno sempre sorretto, in questa ricerca, la certezza che il Signore vuole vivere in intimità con ciascuno di noi e la coscienza che il cammino verso questa intimità non schiaccia la nostra specifica natura, ma la conduce verso la pienezza che rinnova e che salva.
Due anni e mezzo dopo quell'appuntamento, 200 persone provenienti da tutta Italia si sono ritrovate a Milano per il convegno "Il posto dell'altro. Le persone omosessuali nelle Chiese", organizzato dal Coordinamento gruppi di omosessuali cristiani in Italia e dall'Associazione italiana "Noi siamo Chiesa", in collaborazione con la Corsia dei servi. È stata questa l'occasione per prendere atto della crescente consapevolezza che si va affermando nelle Chiese italiane della necessità di affrontare la condizione esistenziale delle persone omosessuali in modo serio, rispettoso e accogliente.
Alla luce di questa riflessione chiediamo alle Chiese che sono in Italia di vincere la paura e la pigrizia e di accompagnarci finalmente lungo quel cammino di liberazione e di maturazione che lo Spirito Santo ci spinge a percorrere verso la perfezione cristiana.
Le parole di Santa Teresa d' Avila "Prendimi, Signore, come sono. Fammi, Signore, come vuoi!" saranno, da oggi in poi, al centro della nostra preghiera. Una preghiera che diventa, per le nostre Chiese, un impegno in cui lo studio onesto della condizione omosessuale si deve accompagnare alla ricerca di proposte educative percorribili e all'avvio di iniziative pastorali concrete. Continuare a dimenticare le persone omosessuali e rifiutarsi ostinatamente di conoscerle e di condividere il loro vissuto sarebbe, da ora in poi, un grave peccato di omissione che i nostri pastori, di certo, non vogliono e non possono compiere.
E a loro è dedicata la preghiera con cui chiuderemo il nostro convegno, una preghiera che riprende e modifica la chiusa del "Te Deum": "In te Domine speravi, non confundar in Aeternum!" "In te, Signore, è la nostra speranza. Aiuta la tua Chiesa a rafforzarci in essa!".

(da "Adista" n.17 del 4-3-2002)

 

 




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