Il SAE (Segretariato Attività Ecumeniche)

sulla Dominus Jesus di Ratzinger

 

Non è nei compiti del SAE analizzare nella sua totalità un testo come la Dominus Iesus, che si rivolge a teologi e tratta di questioni specifiche. Solo qualche nota, per evitare che esso venga letto come uno stop, all'interno della Chiesa cattolica, a quel dialogo che costituisce il senso dell’esistenza stessa del SAE

1. Nonostante l'indubbio disagio che suscita, non possiamo leggere il documento come contrario al dialogo: nei punti 2-3, se ne registra la presenza e si segnala che esso implica un atteggiamento di comprensione e un rapporto di conoscenza reciproca e di mutuo arricchimento. Va pure sottolineato che, nonostante le lettura fattene da molta stampa, il testo non identifica mai in modo esclusivo lo spazio dell’azione rivelativa e salvifica di Dio con la Chiesa cattolica.

 

2. La sezione 4 sulla chiesa ha una rilevanza diretta per il dialogo tra cristiani: Essa riprende il Vat. II, offrendone un'interpretazione stretta, ma non negando il valore del dialogo ecumenico. D’altra parte, l’esperienza di questi anni, ha mostrato che esso, per essere fruttuoso, deve essere portato avanti da comunità diverse, che si riconoscono però come "partner con uguali diritti" (Consenso catt.-lut. sulla giustificazione, Allegati, 9).

Il testo non intende rinnegare il valore di tali esperienze nelle quali ci si scopre vicini e fratelli nella lettura del Vangelo, nella riflessione comune, nell’accoglienza dell’azione dello Spirito. L’esperienza del SAE, in particolare, ci pare orientare alla scoperta di una sororità interecclesiale che va ben aldilà delle autocoscienze delle singole comunità

3. Anche nel dialogo con coloro che appartengono ad altre comunità religiose il documento riconosce chiaramente una parità nella dignità personale dei partecipanti, che è presupposto del dialogo stesso (22). Meriterebbe invece maggior approfondimento il rapporto tra la nitida affermazione della propria identità cristiana e le forme in cui essa può esprimersi nel dialogo stesso.

C’è, infatti, uno spazio linguistico per la confessione di fede e per la sua elaborazione, ma ve n’è anche un altro, distinto, che si schiude nel confronto con la posizione dell’altro. In quest’ambito occorrerà evitare di esprimere la fede cristiana in forme che svuotino di senso l’esperienza dell’altro o che la collochino su un piano inferiore - ciò che sarebbe incompatibile con la sua dignità personale. L’esperienza (di cinquant'anni) del SAE ci mostra che solo così il dialogo può realmente essere fruttuoso, permettendo una condivisione delle ricchezze spirituali vissute all’interno delle diverse comunità. Solo così il dialogo può presentarsi come momento di approfondimento vitale del mistero di Dio, le cui profondità - ricorda lo stesso documento - restano trascendenti ed inesauribili anche per chi ne confessa la piena e definitiva rivelazione (6).

Milano 15 settembre 2000



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