Due testi di mons. Samuel Ruiz, già vescovo di San Cristobal de las Casas in Chiapas (Mexico)

Monsignor Samuel Ruiz, già vescovo di San Cristobal de las Casa in Chiapas, è intervenuto venerdì 17 novembre, alla trasmissione microfono aperto di Radio Popolare, anticipando alcuni dei temi che verranno trattati durante O la borsa o la vita, terzo convegno internazionale del Coordinamento comasco per la Pace, in programma dal 17 al 19 novembre 2000 a Cantù. Di seguito riportiamo l’intervista rilasciata da monsignor Ruiz durante la trasmissione.

 

Ci può raccontare la situazione dell'esercito zapatista di liberazione nazionale che in questo momento, almeno qui in Europa, sembra in un momento di calma apparente?

"Anch'io credo che ci sia questo silenzio e si sente anche là. Ma è un silenzio relativo, perché la popolazione non si è allontanata dagli obbiettivi dell'insurrezione degli zapatisti. In Messico si intravede per il futuro un cambiamento della situazione: dopo 71 anni è finita la dominazione del partito ufficiale e c'è l'aspettativa di uno cambio di fronte creata non soltanto dal fatto che c'è un nuovo presidente eletto, ma anche perché la popolazione civile è più matura e riceve il sostegno attivo della solidarietà internazionale e nazionale. In questo dunque si incomincia a notare una differenza con il passato, perché si vede una popolazione organizzata più matura, disposta ad essere presente attivamente in questa nuova tappa politica. Il solo cambio del presidente, anche se con una connotazione politica differente, non è sufficiente per ottenere un cambiamento nella situazione in Messico, ma c'è bisogno di una partecipazione più attiva della società civile da parte della popolazione per giungere ad un altro tipo di stato, di governo. Non è soltanto un presidente che cambia, ma è una partecipazione civile che fa cambiare lo stato per arrivare ad un modello più democratico."

Un nuovo presidente, una nuova partecipazione della gente. Ma in questa situazione la violazione dei diritti umani, le violenze, le azioni delle squadre paramilitari, continuano?

"Si, anche se c'è qualche novità. Due o tre settimane fa sono stati arrestati 10 membri di un movimento paramilitare: ciò ha scatenato la reazione di altre persone simpatizzanti e partecipanti dello stesso movimento paramilitare di fronte alle guardie che dovevano arrestare e vigilare, perché sono stati commessi parecchi crimini atroci senza che fossero puniti i colpevoli. Parecchie persone sono state crudelmente assassinate: gli hanno tolto la lingua e gli occhi. Ciò ha scatenato una reazione molto forte da parte della popolazione e quando il governo ha inviato degli incaricati per investigare anche le autorità locali hanno nominato un gruppo di persone per contribuire alle indagini La situazione è ancora tesa, ma con la speranza che si possa avere un po' più di giustizia rispetto a prima. Dunque continuano le azioni dei movimenti paramilitari, ma c'è da parte del governo qualche segno di volere mettere fine a questa situazione."

Monsignor Ruiz, lei sta combattendo da quarant'anni per i diritti delle popolazioni indigene: il Vaticano cosa fa?

"C'è stato un cambiamento molto forte quando il pontefice, il primo giorno dell'anno, ha lanciato un messaggio per la difesa dei diritti umani, considerandoli non come qualcosa di marginale al Vangelo, ma come facenti parte del nucleo centrale dell'evangelizzazione. La dignità della persona dunque viene riconosciuta con i diritti che le competono, non soltanto i diritti individuali, ma anche quelli collettivi. Questa dichiarazione ha portato ad un cambiamento non soltanto nelle parole dei sacerdoti, dei vescovi e di tutta la struttura ecclesiastica, ma anche ad un reale cambiamento della mentalità: adesso si è attenti più che mai dunque alla difesa dei diritti umani e fortunatamente c'è il sostegno dall'esterno, della solidarietà nazionale ed internazionale. A livello internazionale abbiamo il sostegno delle Nazione Unite, dell'Unesco e anche della Comunità europea che dovendo concludere una trattativa con il Messico ha richiesto un maggior controllo sul rispetto dei diritti umani. Quindi possiamo dire che la situazione sta migliorando."

La chiesa messicana l'ha ostacolata oppure l'ha aiutata nel suo lavoro? Perché sappiamo che spesso ci sono state delle prese di posizione non certo favorevoli al suo operato.

"Quelle posizioni non provenivano direttamente dalla chiesa, ma erano una conseguenza dell'opposizione di chi controllava la terra e che era costituita dalle stesse persone che violavano i diritti umani. La posizione ufficiale della chiesa è stata presa sin dall'inizio dell'insurrezione del primo gennaio ‘94: è stata nominata dalla conferenza episcopale una commissione di otto vescovi per seguire da vicino lo svolgimento delle trattative di pace, commissione attiva ancora oggi. Questa commissione, di cui facevano parte anche tre vescovi, divenuti quattro in un secondo momento, provenienti dal Chiapas, ha fatto varie visite per parlare con la popolazione, con i ribelli, col governo e con i militari per poter valutare la situazione. Anche la stessa conferenza episcopale ha discusso parecchie volte della situazione invitando alla pace. Il pontefice due o tre volte, anche se a livello più generale, ha parlato riferendosi chiaramente al Chiapas. C'è stata, come in un coro quando una voce si smarrisce, qualche dichiarazione che andava al di là di questa posizione ufficiale, ma in genere possiamo parlare di una chiesa non soltanto gerarchica ma una chiesa dei fedeli che appoggia e favorisce il ritorno della pace."

Come si esprime la fede dei suoi fedeli? Come si accompagna la liturgia della chiesa romana a quelli che possono essere invece riti che magari, agli occhi di noi europei, possono sembrare pagani e che invece appartengono alla tradizione indigena?

"Bisogna tenere conto di una dichiarazione, una posizione che ha preso la chiesa nel Concilio ecumenico vaticano secondo grazie alla partecipazione dei vescovi africani: la chiesa ha ammesso che i valori della cultura devono essere riconosciuti. Inoltre è stato riconosciuto che in America Latina si è sviluppata un'evangelizzazione opprimente perché c'è stata non soltanto la predica del Vangelo ma anche l'imposizione di una cultura come unico mezzo per manifestare la propria fede. Dunque gli indios non hanno mai avuto un dialogo con la religione cristiana e c'è stata un'imposizione culturale che ha identificato cultura e religione dimenticandosi che la chiesa non è nata in Europa, non è nata occidentale ma è nata orientale. La chiesa deve quindi incarnarsi in ogni lingua, in ogni cultura. Dopo il Concilio in America latina c'è stato l'impegno per far sorgere quello che il Concilio chiama "chiesa autoctona", cioè una chiesa dove il Vangelo viene incarnato con la propria cultura. Con questo i padri conciliari hanno riconosciuto che esiste una manifestazione di Dio nelle culture e anche i semina verbi, i semi del verbo esistono nelle culture. Questa incarnazione del Vangelo nella cultura si sta sviluppando in tutto il continente: nella diocesi di San Cristobal c'erano 12.000 indios catechisti, donne e uomini, e sono stati ordinati 200 diaconi permanenti. La strada che si sta percorrendo ora porterà alla nascita di una chiesa autoctona dove non soltanto i catechisti, ma anche preti e vescovi siano oriundi di questa cultura."

Ci sono esperti che dicono che il papa ha nominato molti cardinali proprio nel Centro America e che probabilmente potrebbe essere lì che poi si vada a trovare un nuovo pontefice. Lei cosa ne pensa di queste speculazioni?

"Sono affermazioni che dovranno tenere conto delle elezioni che si fanno quando la sede è vacante. È azzardato dire cosa avverrà nel futuro perché esiste una disposizione interna e anche un recente documento che chiarisce l'attività e la partecipazione dei cardinali nelle elezioni del pontefice."

Torniamo al primo giorno del ’94 e facciamo un viaggio nella memoria per rivivere il momento in cui c’è stata l'insurrezione da parte degli indigeni. Come se lo ricorda? Come lo può raccontare?

"Era l’ultimo giorno dell’anno e mi stavo preparando per andare a dormire, quando un amico mi ha chiamato al telefono, scusandosi per l’ora tarda, dicendomi che suo figlio, appena tornato a casa, gli aveva raccontato che, nella parte vicina all’ingresso della città, c’erano persone armate. Ho risposto che si sa che, alla fine dell’anno, ci sono persone che scaricano le pistole, uno sparo per ogni mese passato e qualche volta anche per ogni mese dell’anno futuro, ma l’amico mi dice che il figlio ha visto che queste persone erano anche mascherate, non soltanto armate. Mi sono preoccupato, ma sono tornato a dormire. Un attimo dopo ho sentito bussare alla porta della mia casa e mia sorella mi ha riferito che un gruppo di persone mascherate e armate volevano parlare con me, ma ho preferito non incontrarle e mandarle dal vicario generale, nella vicina chiesa. Gli ho telefonato, pregandolo di riferirmi quello che gli avrebbero detto e loro gli hanno spiegato che si erano armati per dichiarare guerra al governo, ma che non ci sarebbe stata alcuna attività contro la popolazione. E infatti è stato così, perché è stato un’insurrezione contro l’esercito messicano, in quanto sostegno e supporto al sistema, e non hanno mai toccato la popolazione civile. Verso le tre/quattro del mattino ho ricevuto una telefonata dalla Bbc di Londra e da altri mezzi di comunicazione stranieri, che mi chiedevano cosa stesse accadendo, ma non potevo dire molto, neppure io sapevo quale fosse l’estensione della situazione. Alle cinque mi sono messo in collegamento con le parrocchie che avevano un telefono e mi sono reso conto che era una cosa un po’ estesa, ma non si sapeva ancora quale sarebbe stato lo svolgimento. Le insurrezioni dei guerriglieri in Guatemala o in Salvador sono stati molto più lunghi, in Guatemala è durato 35 anni, in Salvador 11, invece questo è durato solo 11 giorni, perché la pressione nazionale e internazionale ha spinto per arrivare alla decisione di discutere e per questo solo 11 giorni dopo si è ottenuto di avere un primo colloquio, che si è svolto nella chiesa cattedrale di San Cristobal de Las Casas, secondo la scelta di quello che è stato inviato quale rappresentante ufficiale, non del governo ma del presidente, un inviato personale. È stata una settimana/dieci giorni di chiacchiere, per arrivare a un qualche documento che poi non ha avuto il risultato adeguato, perché gli zapatisti si sono accorti che c’era qualche movimento delle truppe militari e quindi dovevano proteggersi da una azione contro di loro. E così è finita la prima parte. Poi si sono svolti altri colloqui, arrivando finalmente a una mediazione comunitaria, più collettiva e alla firma e accettazione, da ambedue le parti, di conclusioni, chiamate le conclusioni di San Andres che aspettano ancora essere convertite in legge. Questa è una cosa futura."

La lotta dell'Ezln e tutto quello che è successo in Chiapas hanno avuto un’eco internazionale incredibile, eppure di popoli oppressi ce ne sono tanti, anche in altre regioni del mondo. Secondo lei perché tanto clamore per il Chiapas?

"Forse quelli che sono di qua sono più abili per spiegare il perché. Anche noi vediamo questo fenomeno, ma la spiegazione tocca a loro. Perché qui tanta commozione, tanta solidarietà, quando il Kosovo o altri paesi più vicini a voi non hanno suscitato la stessa commozione? Me lo domando anch’io, la risposta deve essere loro, non nostra."

Un’altra domanda che va nella stessa direzione. Il subcomandante Marcos è stato presentato spesso, e anche i suoi scritti sono apparsi spesso su molte riviste italiane, come un filosofo. Ci sono suoi trattati che sono molto duri e molto interessanti, per esempio, contro il fenomeno della globalizzazione. Anche questo è un fenomeno che viviamo soltanto noi, com’è invece da voi?

"La data del giorno della rivolta ha una spiegazione, per molti simbolica, perché era il giorno in cui si doveva firmare il trattato tra la Comunità economica europea e il Messico; ho specificamente chiesto agli zapastisti perché lo avessero scelto e mi hanno spiegato che lo avrebbero dovuto fare il 28 dicembre, ma quella data, in Messico, è un giorno in cui si fanno scherzi e nessuno crede a ciò che avviene. Avendo deciso per il 28, avrebbero rischiato di non essere creduti, allora lo hanno spostato al primo gennaio, che coincideva con la firma del documento tra Messico, Stati Uniti e Canada. In questo modo credo sia stata una protesta contro la globalizzazione, le cui conseguenze sono state più negative per la popolazione. Infatti dopo la firma, si è persa una conquista dei campesinos, il cui obiettivo era fosse riconosciuta per legge l’invalidità della vendita delle terre: una terra concessa dal governo non potrebbe essere venduta e questo per evitare la concentrazione di potere economico, la concentrazione di terre nelle mani di pochi. Quindi la ripercussione della protesta contro la globalizzazione è stata molto diretta e anche proclamata nelle decisioni degli zapatisti e lo abbiamo potuto vedere dalla incredibile reazione internazionale che si è sviluppata, quando gli zapatisti stessi hanno detto che avrebbero invitato persone internazionali per una riflessione sulla globalizzazione. Io mi dicevo: questi sono matti, ma come è possibile che persone dall’altra parte del mare vogliano arrivare qui, in questa terra isolata, per fare una riflessione di questo genere? Ma mirabilmente, inesplicabilmente sono arrivati giapponesi, italiani, svizzeri, inglesi e da altre parti del mondo, alla selva del Chiapas per discutere della situazione. Io non riesco a spiegarmi la ragione di tale ripercussione. Questo vuole dire che gli indios parlano e non solo nel Chiapas e la loro voce viene sentita, anche se qui non ascoltata adesso, ma si sente che parlano, si alzano, come soggetti della loro storia e non oggetti."

L’esperienza del Chiapas può essere un’esperienza pilota per tante altre situazioni. Noi sappiamo che la globalizzazione, e non soltanto, ma tutto il lavoro che stanno svolgendo le multinazionali, per esempio in centro latino-America, porta spesso a raccontare notizie di rivolte proprio da parte dei campesinos o addirittura dei cocaleros che comunque vengono vissute qui in una maniera diversa, ma bisognerebbe raccontare, perché si sollevano proprio così, con scioperi, con agitazioni, perché quella è la loro terra, è la loro principale fonte di guadagno, non soltanto, ma tutto lo strato degli umili, degli oppressi viene a galla. Ci sono spesso questi movimenti sociali che vengono repressi con la forza e vengono repressi invece, dal punto di vista economico, attraverso il meccanismo della multinazionale della globalizzazione.

"Una delle novità che bisogna segnalare, è che questo è un movimento differente, perché per la prima volta, loro, i guerriglieri, non hanno voluto prendere l’autorità, prenderne il governo, ma fare pressione affinché la popolazione civile, con la loro partecipazione attiva politica, potesse fare lo scambio verso una situazione transitoria per arrivare finalmente ad un governo più democratico. E questa è una situazione del tutto differente da quelle che si sono svolte prima."

Lei incontrerà proprio in queste giornate molti giovani, che cosa racconterà della sua esperienza, di questi quarant’anni?

"Io preferirei ascoltare, piuttosto che parlare. Ascoltare quello che loro aspettano di sapere, perciò non posso anticipare quello di cui si parlerà, quando ancora non so quali siano le aspettative."

La teologia della liberazione: qui è stata discussa per molti anni, molti la danno ormai per finita. Ci può dire invece là cosa sta succedendo? C’è chi l’accusa, tra l’altro sappiamo chi, il presidente Zedir l’accusava di essere il teologo della violenza…

"Quando si parla di teologia si parla di Dio non del diavolo. Per noi in America latina non è importante la teologia più della liberazione, è più importante la liberazione della teologia. Facciamo un esempio: se io esco dalla mia casa e vedo una persona prepotente schiacciare un bambino, non mi metto a pensare quale tipo di teologia devo sviluppare per evitare questo, perché, pensandoci, alla fine non c’è più niente da fare, il bambino è schiacciato. Per noi la liberazione è più importante, viene della teologia. Prima devo reagire per evitare sopruso, poi magari chiacchierare un po’ con questa persona, poi riflettere sulle cose che ha fatto per arrivare a quello: questa è la teologia, la teologia è dunque l’ultima parte. Ma rimangono i poveri, rimane Dio, rimane la liberazione."

Rimangono i poveri, rimane Dio, rimane la liberazione. Questo è l’anno giubilare, qui in Italia la Tv e i mass media hanno riempito pagine e immagini sullo schermo di tante celebrazioni romane, il giubileo dei giovani, un giubileo per ogni categoria sociale. Questo giubileo, (è una sensazione nostra perché abbiamo il Vaticano?), che ci ha bombardato è un giubileo che arriva anche a San Cristobal?

"Io credo che, per chi è credente, la preghiera è una forza e anche il discorso, la riflessione è una rianimazione per continuare il nostro impegno."

Lei ad un certo punto ha rimesso il mandato per limiti di età: che cosa fa oggi Samuel Ruiz?

"Dal 29 di maggio ho lasciato la diocesi di San Cristobal de Las Casas, dopo che sono state accettate le mie dimissioni per avere raggiunto il limite di età di 75 anni. Non posso dimenticare il lavoro fatto in 40 anni tra gli indios: prima di partire ho ricevuto da loro l'incarico di contribuire a difendere la loro dignità e il loro appello per la sicurezza e per i diritti umani e collettivi degli indios. Allora approfitto di ogni occasione per parlare della situazione e prendere dunque a cuore quella raccomandazione fatta da loro di continuare a parlare della loro situazione, che è un po' cambiata da prima. Adesso in tutto il continente, quindi anche nel Chiapas, gli indios sono diventati coscienti di essere soggetti della propria storia e non più oggetto della decisione di altri."

Lei è ottimista per quello che può accadere in Chiapas?

"Non rispondo mai a questa domanda, perché non so cosa voglia dire essere ottimista o pessimista e io non vedo il rapporto tra essere ottimista, o pessimista, e la situazione storica: Quello che voglio dire, come cristiano e credente, è che sono realista e vedo i segni di una nuova situazione nel futuro, vedo la solidarietà nazionale e internazionale in crescita, vedo una maturità della popolazione nel Messico e nel continente, vedo come gli indios, che erano sottomessi, sono adesso emergenti con la coscienza di essere soggetti della loro storia e questi sono segni di futuro buono. Essere ottimista per me è guardare questi segni e non soltanto pensare che le cose devono essere così Non do una risposta di ottimismo ma di realismo: vedo segni di future speranze di scambio e non soltanto allarme di tutta l’umanità." @

 

 

L'intervento di Samuel Ruiz, già vescovo di San Cristobal de las Casa in Chiapas, svolto nella mattinata di sabato 18 novembre al Terzo convegno internazionale del Coordinamento comasco per la Pace a Vighizzolo di Cantù

 

"La speranza per il futuro viene dai poveri, dagli indigeni e dai contadini. Sono loro che costruiscono il domani e cambiano il sistema economico che sta esplodendo, che modificano un sistema politico che esclude ed un sistema sociale che nega la dignità umana.

I poveri mettono in evidenza gli egoismi e i conflitti della storia umana e sono la forza che spinge l'avanzata verso i cambiamenti della nostra esistenza.

Sono loro il mezzo storico della nostra salvezza ed il punto di riferimento per le vere relazioni umane. Il loro benessere e la loro dignità sono la base per costruire un sistema economico che abbia legittimità. Grazie a loro possiamo riscrivere il corso della storia e senza di loro non possiamo comprendere il senso della nostra stessa esistenza.

Il paradosso è che mentre il sistema economico e politico considera il povero come quello che non serve, quello di cui si può fare a meno, la storia ci dimostra che senza il povero non esistono cambiamenti. Il povero è il motore del cambiamento della storia.

Ci lascia perplessi pensare che il sistema che crea i poveri, che li fa aumentare e che li rende come sono, sia lo stesso sistema che li rifiuta e che nega la loro stessa esistenza ignorandoli, eliminandoli o escludendoli.

I poveri sono considerati un disturbo per il sistema e i popoli indigeni vengono ignorati in quanto non fanno parte della catena di produzione del sistema. Questo sistema e l'ideologia che lo accompagna non comprendono neanche lontanamente il diritto di essere diversi per essere uguali.

Così i garanti dell'"ordine", i pubblici ufficiali, sono trasformati in garanti dell'uniformità, del ciò che non è alternativo, del "non altro". Il diritto di essere diversi per essere uguali, espresso in vari modi negli ultimi tempi, lotta per essere riconosciuto come parte dei diritti dei poveri. Oggi ciò si esprime in molti modi e con maggiore chiarezza nei popoli indigeni.

Il mio predecessore, Bartolomè de Las Casas, lottò con veemenza contro coloro che sostenevano che gli indios non potevano avere un governo, che erano incapaci di governarsi, e si batté contro coloro che negavano la loro libertà, la loro storia e il loro passato. Bartolomè de Las Casas si impegnò contro coloro che ritenevano assolutamente indispensabile la presenza coloniale, il "suo ordine" e le "sue leggi" perché - come affermavano i colonizzatori nei tribunali - "gli indios non sanno cosa chiedere" e "non distinguono il bene dal male". Una "buona azione" che si trasformò per il colonizzatore nel duro sistema di sfruttamento realizzato nel nome della protezione degli stessi indios.

Riconoscere l'altro come diverso, riconoscere l'indio come diverso e riconoscere i suoi diritti è un impegno che non è ancora stato preso. Ce ne accorgiamo anche adesso, con la guerra che è in corso nel nostro paese, il Chiapas.

Il non riconoscere le rivendicazioni del popolo indio, il non rispettarne i diritti, il non accettare che vivano in maniera diversa e che così vogliano continuare a vivere, viene utilizzato come strategia per giustificare e vincere la guerra.

Ci fa orrore pensare che il potere non riconosce le popolazioni indigene, né come popolo né come persone, perché spera in questo modo di vincere.

Questa è la logica di un potere che non vuole unire nella vittoria il vincitore e il perdente, che cerca con tutta la forza possibile la distruzione dello sconfitto, che gli nega la parola, il dialogo e la stessa esistenza. Esso cerca l'umiliazione e la morte delle sue vittime invece di sfruttare la scoperta delle differenze per un reciproco arricchimento.

Per questo motivo insisto nel dire che l'indio e il povero rappresentano oggi un'opportunità storica, specialmente per il nostro paese. Sono un'opportunità storica per cambiare, per crescere e per incontrarci tutti, un'opportunità storica per dialogare ed incontrarci, per correggere il cammino del non incontro e della pauperizzazione.

Come recitano gli accordi di Sant'Andres:

"La caratteristica dei popoli e delle culture che formano la società messicana deve basarsi sul rispetto delle differenze e sul presupposto fondamentale dell'uguaglianza. Di conseguenza deve essere politica dello stato indirizzare la propria azione e sviluppare nella società un orientamento pluralista che combatta attivamente ogni forma di discriminazione ed elimini le disuguaglianze economiche e sociali".

Bisogna dire che il periodo economico che stiamo attraversando non ha dato risultati benefici per la quasi totalità della popolazione del paese. Coloro che hanno fatto questa scelta sicuramente non stanno in questa maggioranza della popolazione e riconoscono con chiarezza che l'economia è molto fragile, ma che sono necessarie altre privazioni per entrare a far parte del sistema mondiale di produzione e del mercato globale. Gli esperti ci parlano dei capitali che di fronte all'insicurezza prendono il volo, così come di fronte all'impossibilità di riprodursi in modo soddisfacente. Gli esperti ci avvertono che a breve termine la sofferenza dei poveri non si estinguerà, che bisognerà resistere ancora, che bisogna sperare.

Si chiede ai poveri di rispettare in modo preciso le leggi stabilite, mentre i grandi capitali non rispettano neanche il minimo sentire etico. La mancanza di responsabilità con cui intaccano le riserve naturali del paese destinandole ai paesi più ricchi reca danno a più della metà della popolazione del Messico, che vive in estrema miseria. Però di nuovo dai poveri vediamo che questo abuso porta alla pazzia e alla rovina delle relazioni tra i popoli e tra le persone. I poveri ci insegnano che l'eccessivo consumo disumanizza e che la distruzione di massa dei boschi e delle foreste porta alla fine della vita.

Così i poveri non solo portano noi a confrontarci con la dignità dell'altro e con il riconoscimento dell'altro nella diversità, ma anche ci stimolano a costruirci come mondo e come persone.

Il povero non solo è un fattore che pone di fronte alla nostra coscienza ciò che è indegno, ma è anche un soggetto attivo creatore della storia.

La buona notizia che ci manda il povero è la sua irruzione nella storia per riscriverla e per definirne il corso. Il povero smette di essere oggetto delle decisioni prese da altri ma si converte a protagonista che definisce il percorso che si deve seguire per vivere come umanità.

Il povero da profondità e senso al tempo e alla vita dell'umanità nel suo insieme".

Monsignor Samuel Ruiz

[traduzione non rivista dall'autore]




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