La preghiera per Natale sulla maternità della Comunità dell’Isolotto di Firenze
"Maternità" è un
argomento forte e intrigante. Essere madri non è solo dare la vita in senso
biologico. E già questo è il grande miracolo che si
rinnova ad ogni concepimento, gestazione e parto. Ma essere madri coinvolge e
rigenera e ricrea tutti gli aspetti dell’esistenza della specie umana: la
trasmissione del Dna in primo luogo, ma di uguale
importanza è anche la trasmissione del senso della vita, del perché si vive, un
perché da tutti noi succhiato col latte materno, la trasmissione della memoria
della specie, la sapienza secolare, la capacità di adattamento e di relazione,
gli strumenti di comunicazione (la parola, la lingua materna …), la prima messa
in moto delle capacità di riconoscere e gestire i sentimenti e di procurarsi i
mezzi di sussitenza (pensiamo anche solo alla ricerca
del seno materno per succhiare il latte, il pianto della fame, primo nostro
grande impegno, dopo il respiro, appena usciti dal ventre materno!)…
Essere madri è dare luce, calore,
sicurezza, protezione, tenerezza. Quante cose ci sarebbero da dire, che fanno
parte della esperienza di tutti noi: delle madri, dei
figli e anche dei padri!
Ma tutto questo ha un risvolto di rischio: il pericolo della maternità di essere
di ostacolo alla libera crescita dei figli imprigionandoli in una
"abbraccio" soffocante; la fatica di dover tagliare ogni giorno, anzi
ogni momento, in senso figurato, il cordone ombelicale; la sofferenza e i sensi
di colpa del dover dire dei "no"; il rischio di trasmettere oltre ai
valori anche i disvalori della società; il peso di
educare alla diversità e non all’omologazione; la difficoltà nel trovare luoghi
e relazioni per socializzare i problemi educativi e per vivere la maternità in
forma aperta e non come possesso esclusivo, maternità verso tutti i bambini e
non solo verso il "mio" figlio/a.
Al fondo di tutto c’è un problema
di "accoglienza" della maternità, del "dare vita". Forse lo
stesso racconto della natività che leggiamo nel Vangelo più che un racconto
storico è l’eco del senso del rifiuto ancestrale che
la società "bene" di ogni tempo oppone alla maternità nei suoi valori
più alti, al "dare vita" non solo in senso biologico ma in senso
culturale ed esistenziale. La cultura patriarcale sfrutta, come si sa bene, la
donna, la sua capacità biologica di dare vita, ma rifiuta la cultura femminile
della maternità. E così Maria
si trovò a partorire in una stalla perché "per lei non c’era posto
nell’albergo". Ma nel Vangelo c’è anche il senso
dell’accoglienza verso la vita che nasce espresso da realtà emarginate dalla
stessa società "bene", ad esempio i pastori.
E questo dell’accoglienza verso la
maternità è oggi un problema particolarmente grave poiché oggi il senso della
vita si fonda sul possesso, sul danaro, sul successo
individuale, sulla competizione di tutti contro tutti, sull’avere anziché
sull’essere, fino a poter dire estremizzando un po’ che la società in cui si
realizza oggi la maternità è dominata dalla tendenza a dare la morte piuttosto
che la vita. Per cui le madri, costrette ad andare contro corrente per dare
vita in senso pieno, si sentono un po’ straniere tutte e non solo quelle che
vengono qui da paesi lontani. Le madri sono coccolate,
gli si danno sussidi e sostegni, ma sono poco più che contentini perché la loro
vita si fa sempre più difficile.
Le madri, ci siamo detti negli
incontri per preparare la Veglia, si sentono e sono tutte
"straniere/migranti". Dare la vita è un'esperienza che pone in
condizione obiettiva di estraneità rispetto alla
cultura dell’alienazione, dell'esclusione, della guerra, e al tempo stesso dare
la vita è dare impulso alla transizione (la migrazione) sognata e voluta da
tante e da tanti verso una cultura della vita, della nonviolenza, della pace
universale. L’emersione della cultura femminile, il "dare vita", il
sognare un mondo in cui "il bambino lattante possa stendere la sua mano
nella tana della vipera" (la profezia di Isaia),
l’affermarsi della soggettività femminile in ogni ambito della società, sono la
nostra principale risorsa. La pace è donna.