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L'estate antiecumenica del Vaticano Un articolo di FILIPPO GENTILONI La prima vittima di questo tumultuoso anno giubilare sembra che sia proprio l'ecumenismo. Un crollo verticale dei rapporti del cattolicesimo romano con le altre confessioni cristiane, nonché con l'ebraismo. Un lungo e positivo cammino sembra arrivato tristemente alla meta. Eppure il "grande giubileo" era iniziato all'insegna dell'ecumenismo: i rappresentanti delle altre confessioni accanto al papa che apriva la porta santa. Eppure l'ecumenismo doveva essere, fin dagli inizi, una delle caratteristiche principali del pontificato wojtyliano. Poi, invece... Che cosa è accaduto? E perché? I fatti sono sotto gli occhi di tutti; lo sono stati soprattutto nell'ultimo caldo agosto, dalla esaltazione del papa nelle giornate della gioventù fino alla beatificazione di Pio IX e alle dichiarazioni di Ratzinger sulle chiese "non sorelle" da non mettersi sulla stesso piano della chiesa di Roma, unica custode della verità e amministratrice della salvezza. Una serie impressionante di eventi antiecumenici, uno più eloquente dell'altro. Un passo indietro non soltanto nei confronti del concilio Vaticano II ma anche del dialogo che lo aveva preceduto e preparato. Non sarà facile riprenderne il cammino. Come mai? Quale microbo è intervenuto ad ammalare il corpo già debole dell'ecumenismo? Una fra le possibili risposte potrebbe far riferimento alle varie correnti che inevitabilmente si affollano nelle mura vaticane e agli inevitabili conflitti fra di loro. Una conflittualità che si fa sempre più intensa man mano che un pontefice invecchia e la sostituzione si avvicina. Il momento attuale, forse, è quello del prevalere di una corrente più conservatrice, timorosa del nuovo e dei relativi "cedimenti". Una corrente che si è andata rafforzando di giorno in giorno dopo il concilio Vaticano II e che oggi celebra, forse, i suoi trionfi. Sconfitti i più aperti rappresentanti del dialogo. Forse. D'altronde i movimenti interni alle mura vaticane non sono facilmente decifrabili dall'esterno. Alcune espressioni di autorevoli teologi, dalla Germania all'India, devono essere apparse troppo pericolose. Troppo vicine a quel "relativismo" che rimane, per il Vaticano, nemico numero uno (ben più pericoloso del comunismo, ormai sconfitto!). Meglio, allora riprendere le redini in mano. A rafforzare i timori devono essere intervenuti anche i mass media con la loro capacità di avvicinare tutti e quindi di rimpiccolire il mondo e le culture. Le altre confessioni e le altre religioni si sono ravvicinate; bussano tutte, più o meno, con le loro ricchezze (seduzioni?) alla mia porta di casa Logica la preoccupazione di chi fino a ieri, riusciva a tenerle lontane. In realtà la crisi dell'ecumenismo manifestatasi nelle ultime settimane sembra rivelare che è arrivato alla stazione di arrivo un certo ecumenismo cattolico che pretendeva di salvare insieme sia l'unicità della chiesa di Roma sia le istanze di dignità delle altre fedi. Un compromesso che oggi comincia a rivelare i suoi limiti invalicabili. O la chiesa cattolica accetta di rivedere alcune sue posizioni fondamentali o l'ecumenismo si può dire fallito. Non mancano, all'interno del cattolicesimo, i tentativi di revisione di quelle posizioni. Sono tentativi seri - addirittura nell'ambito della Pontificia Università Gregoriana - ma incontrano gravi difficoltà negli ambienti maggiormente legati ad una rigida ortodossia più vaticana che cattolica D'altronde, se non si smuove l'ancoraggio a certe posizioni di assoluto privilegio, qualsiasi compromesso, alla fine, si rivelerà non soltanto insufficiente ma ipocrita. Non può reggere un ecumenismo che continua a sostenere che Gesù e Roma rappresentano l'unica vera e propria via per la salvezza; che le altre chiese e religioni non sono che "viottoli" che non hanno senso se non conducono più o meno direttamente alla via principale. Forse le vicende antiecumeniche dell'estate giubilare non sono state inutili: hanno dimostrato ancora una volta che l'ecumenismo autentico richiede nella teologia cattolica scelte più radicali di quelle che fino a ieri hanno caratterizzato il dialogo ecumenico ufficiale e paludato. (Da: "il Manifesto" di domenica 17 settembre 2000)
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