· LETTERA DEL CARDINALE
SEGRETARIO DI STATO TARCISIO BERTONE AL MAGNIFICO RETTORE DELL’UNIVERSITÀ DEGLI
STUDI "
Magnifico Rettore, il Santo Padre aveva accolto
volentieri l'invito da Lei rivoltoGli di compiere una visita a codesta Università
degli Studi "
Benedetto XVI
ALLOCUZIONE PER L’INCONTRO CON L’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI ROMA
"
Magnifico Rettore,
Autorità politiche e civili,
Illustri docenti e personale tecnico amministrativo,
cari giovani studenti!
È per me motivo di
profonda gioia incontrare la comunità della "Sapienza - Università di
Roma" in occasione della inaugurazione dell’anno accademico. Da secoli
ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo
fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere. Sia nel tempo
in cui, dopo la fondazione voluta dal Papa Bonifacio VIII, l’istituzione era
alle dirette dipendenze dell’Autorità ecclesiastica, sia successivamente quando
lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato italiano,
la vostra comunità accademica ha conservato un grande livello scientifico e
culturale, che la colloca tra le più prestigiose università del mondo. Da
sempre
Mi è caro, in questa circostanza,
esprimere la mia gratitudine per l’invito che mi è stato rivolto a venire nella
vostra università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono posto
innanzitutto la domanda: Che cosa può e deve dire un Papa in un’occasione come
questa? Nella mia lezione a Ratisbona ho parlato, sì, da Papa, ma soprattutto
ho parlato nella veste del già professore di quella mia università, cercando di
collegare ricordi ed attualità. Nell’università "Sapienza", l’antica
università di Roma, però, sono invitato proprio come Vescovo di Roma, e perciò
debbo parlare come tale. Certo, la "Sapienza" era un tempo
l’università del Papa, ma oggi è un’università laica con quell’autonomia che,
in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di
università, la quale deve essere legata esclusivamente all’autorità della
verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l’università
trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha
bisogno di un’istituzione del genere.
Ritorno alla mia domanda
di partenza: Che cosa può e deve dire il Papa nell’incontro con l’università
della sua città? Riflettendo su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne
includesse due altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla
risposta. Bisogna, infatti, chiedersi: Qual è la natura e la missione del
Papato? E ancora: Qual è la natura e la missione dell’università? Non vorrei in
questa sede trattenere Voi e me in lunghe disquisizioni sulla natura del
Papato. Basti un breve accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e come
tale, in virtù della successione all’Apostolo Pietro, ha una responsabilità
episcopale nei riguardi dell’intera Chiesa cattolica. La parola
"vescovo"–episkopos, che nel suo significato immediato rimanda
a "sorvegliante", già nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con
il concetto biblico di Pastore: egli è colui che, da un punto di osservazione
sopraelevato, guarda all’insieme, prendendosi cura del giusto cammino e della
coesione dell’insieme. In questo senso, tale designazione del compito orienta
lo sguardo anzitutto verso l’interno della comunità credente. Il Vescovo – il
Pastore – è l’uomo che si prende cura di questa comunità; colui che la conserva
unita mantenendola sulla via verso Dio, indicata secondo la fede cristiana da
Gesù – e non soltanto indicata: Egli stesso è per noi la via. Ma questa
comunità della quale il Vescovo si prende cura – grande o piccola che sia –
vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua
parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel
suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il
suo eventuale degrado si ripercuoteranno sull’insieme dell’umanità. Vediamo
oggi con molta chiarezza, come le condizioni delle religioni e come la
situazione della Chiesa – le sue crisi e i suoi rinnovamenti – agiscano
sull’insieme dell’umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua
comunità, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica
dell’umanità.
Qui, però, emerge subito
l’obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente in base
alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non
potrebbe pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede.
Dovremo ancora ritornare su questo argomento, perché si pone qui la questione
assolutamente fondamentale: Che cosa è la ragione? Come può un’affermazione –
soprattutto una norma morale – dimostrarsi "ragionevole"? A questo
punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur
negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione
"pubblica", vede tuttavia nella loro ragione "non pubblica"
almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità
secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la
sostengono. Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l’altro nel
fatto che simili dottrine derivano da una tradizione responsabile e motivata,
in cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni
sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa
affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l’esperienza e la
dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell’umana sapienza,
sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato.
Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una
razionalità a-storica, la sapienza dell’umanità come tale – la sapienza delle
grandi tradizioni religiose – è da valorizzare come realtà che non si può
impunemente gettare nel cestino della storia delle idee.
Ritorniamo alla domanda
di partenza. Il Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella
quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza
della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un
tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per
l’intera umanità: in questo senso parla come rappresentante di una ragione
etica.
Ma ora ci si deve
chiedere: E che cosa è l’università? Qual è il suo compito? È una domanda
gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto
in stile quasi telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la
vera, intima origine dell’università stia nella brama di conoscenza che è
propria dell’uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda.
Vuole verità. In questo senso si può vedere l’interrogarsi di Socrate come l’impulso
dal quale è nata l’università occidentale. Penso ad esempio – per menzionare
soltanto un testo – alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende
la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda:
"Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e
terribili inimicizie e combattimenti … Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire
che tutto ciò è vero?" (6 b – c). In questa domanda apparentemente poco
devota – che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più
pura, dalla ricerca del Dio veramente divino – i cristiani dei primi secoli
hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non
in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri non appagati; l’hanno
compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far
posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo
Ragione-Amore. Per questo, l’interrogarsi della ragione sul Dio più grande come
anche sulla vera natura e sul vero senso dell’essere umano era per loro non una
forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell’essenza del
loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o
accantonare l’interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e
riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione
per raggiungere la conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così,
nell’ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l’università.
È necessario fare un
ulteriore passo. L’uomo vuole conoscere – vuole verità. Verità è innanzitutto
una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la
tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre
una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello
Spirito menzionati in Isaia
Nella teologia medievale
c’è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla
giusta relazione tra conoscere ed agire – una disputa che qui non dobbiamo
sviluppare. Di fatto l’università medievale con le sue quattro Facoltà presenta
questa correlazione. Cominciamo con
Ma allora diventa
inevitabile la domanda di Pilato: Che cos’è la verità? E come la si riconosce?
Se per questo si rimanda alla "ragione pubblica", come fa Rawls,
segue necessariamente ancora la domanda: Che cosa è ragionevole? Come una
ragione si dimostra ragione vera? In ogni caso, si rende in base a ciò evidente
che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità della giusta
convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi
d’interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza.
Torniamo così alla struttura dell’università medievale. Accanto a quella di
giurisprudenza c’erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era
affidata la ricerca sull’essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di
tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che
questo è il senso permanente e vero di ambedue le Facoltà: essere custodi della
sensibilità per la verità, non permettere che l’uomo sia distolto dalla ricerca
della verità. Ma come possono esse corrispondere a questo compito? Questa è una
domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta
e risolta definitivamente. Così, a questo punto, neppure io posso offrire
propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con
questa domanda – in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno
lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la
verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta.
Teologia e filosofia
formano in ciò una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due
può essere distaccata totalmente dall’altra e, tuttavia, ciascuna deve
conservare il proprio compito e la propria identità. È merito storico di san
Tommaso d’Aquino – di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del
loro contesto storico – di aver messo in luce l’autonomia della filosofia e con
essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s’interroga in
base alle sue forze. Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui
religione e filosofia erano inseparabilmente intrecciate, i Padri avevano
presentato la fede cristiana come la vera filosofia, sottolineando anche che
questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della verità;
che la fede è il "sì" alla verità, rispetto alle religioni mitiche
diventate semplice consuetudine. Ma poi, al momento della nascita
dell’università, in Occidente non esistevano più quelle religioni, ma solo il
cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità
propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad
agire in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di
Aristotele erano accessibili nella loro integralità; erano presenti le
filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e prosecuzioni
della filosofia greca. Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la
ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria
ragionevolezza.
Ebbene, finora ho solo
parlato dell’università medievale, cercando tuttavia di lasciar trasparire la
natura permanente dell’università e del suo compito. Nei tempi moderni si sono
dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell’università sono valorizzate
soprattutto in due grandi ambiti: innanzitutto nelle scienze naturali, che si
sono sviluppate sulla base della connessione di sperimentazione e di
presupposta razionalità della materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche
e umanistiche, in cui l’uomo, scrutando lo specchio della sua storia e
chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se
stesso. In questo sviluppo si è aperta all’umanità non solo una misura immensa
di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento
dei diritti e della dignità dell’uomo, e di questo possiamo solo essere grati.
Ma il cammino dell’uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta
nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel
panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale – per parlare
solo di questo – è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza
del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò
significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla
pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a
riconoscerla come criterio ultimo. Detto dal punto di vista della struttura
dell’università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace
del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo
messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un
gruppo più o meno grande. Se però la ragione – sollecita della sua presunta
purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e
dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più
le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa
più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò
significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie
argomentazioni e a ciò che al momento la convince e – preoccupata della sua
laicità – si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più
ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.
Con ciò ritorno al punto
di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente
non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può
essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella
Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo
compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo
la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo
cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede
cristiana e a percepire così Gesù Cristo come
Dal Vaticano, 17 gennaio
2008
BENEDICTUS XVI
[00068-01.01]
[Testo originale:
Italiano]