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RIFLETTENDO SULL’ALLONTANAMENTO DI DON RAÚL VERA LÓPEZ DALLA DIOCESI DI SAN CRISTÓBAL DE LAS CASAS "Noi Siamo Chiesa" invita tutti a sottoscrivere questa lettera aperta sulle decisioni del Papa per quanto riguarda la Diocesi di San Cristobal ( si veda il documento di Noi Siamo Chiesa " In Chiapas la Chiesa locale mortificata dal Vaticano ")Le adesioni individuali o collettive vanno indirizzate a < marcvigl@tin.it> entro il 15 gennaio
A Sua Santità Giovanni Paolo II Ai Vescovi del continente indoafrolatinoamericano
Ai cristiani ed alle cristiane di tutto il mondo
All’opinione pubblica internazionale
Siamo dei cristiani, che stanno riflettendo, alla luce della fede, sulle prospettive del nuovo millennio. Como tali, siamo particolarmente attenti alle sorti che il futuro riserva ai più poveri ed oppressi tra i nostri fratelli e le nostre sorelle, quali sono i popoli indigeni. Per questo seguiamo con viva attenzione la mobilitazione degl’indigeni del Chiapas, schierati in difesa dei loro diritti, ma allo stesso tempo dei diritti di tutti gli emarginati del Messico e del mondo. Per questo, siamo particolarmente sensibili alla testimonianza di solidarietà cristiana con questi popoli che da quarant’anni offrono la chiesa locale di San Cristóbal de Las Casas ed il suo vescovo Don Samuel Ruiz García; testimonianza arricchita, in questi ultimi anni, dal contributo del vescovo coadiutore Don Raúl Vera López. E’ giunta quindi come un fulmine a ciel sereno, per noi come per tanti cristiani e non cristiani di tutto il mondo, la notizia dell’allontanamento di Don Raúl dalla diocesi di San Cristóbal e del suo trasferimento alla diocesi di Saltillo. Secondo il comunicato uficiale diffuso dalla nunziatura apostolica del Messico, la decisione è stata presa dal Papa per ragioni "puramente ecclesiali", per "il bene spirituale dei fedeli". "dopo aver pregato ed aver proceduto alle consultazioni opportune". Non si precisa nel comunicato quali siano le "ragioni ecclesiali" che hanno indotto il Papa ed i suoi consiglieri ad ignorare totalmente il parere del vescovo uscente, degli agenti pastorali della diocesi, dei popoli indigeni della regione, in merito al "bene spirituale dei fedeli". Tutti, in effetti, avevano auspicato la conferma di Don Raúl alla diocesi di San Cristóbal come garante di continuità nella pastorale, in particolare nell’impegno coraggioso al fianco dei popoli indigeni. Evidentemente su queste opinioni è prevalsa quella di alcuni potenti, esponenti della chiesa gerarchica e dello Stato repressivo messicano, ostili a questa continuità, preoccupati anzi per il profondo rinnovamento che la scelta di campo dalla parte degl’ indigeni sta suscitando nella chiesa locale e per i problemi che ne derivano nei rapporti fra stato e chiesa nel paese. Nel momento in cui più acuta è la tensione tra i popoli indigeni da un lato, i grandi capitalisti , lo stato e l’esercito messicano dall’altro, la gerarchia cattolica si schiera ancora una volta dalla parte dei potenti, indebolendo il più forte alleato dei popoli indigeni, la chiesa locale di San Cristóbal. Per quanti hanno seguito da vicino in questi anni, appassionatamente , la vicenda di questa chiesa, è evidente che la "promozione" di Don Raúl Vera alla diocesi di Saltillo è in realtà una punizione per il fatto che, nominato coadiutore con diritto di successione per rettificare l’orientamento pastorale della diocesi, ha creduto di dovere invece , obbedendo a Dio ed alla sua coscienza, appoggiare quell’orientamento, condividendone la responsabilità ed i rischi. I due vescovi della diocesi, pur esprimendo disciplinatamente la loro obbedienza alla decisione del papa, non mancano di ricordare, in un comunicato congiunto, tutto ciò che avevano fatto per evitare tale decisione. "Noi vescovi, scrivono essi, consapevoli della gravità della situazione, abbiamo moltiplicato i tentativi di far conoscere alle di verse istanze della curia romana e allo stesso Santo Padre, soprattutto in tempi recenti, le implicazioni negative che deriverebbero da decisioni prese con serie lacune informative." I due vescovi non possono evidentemente parlare delle implicazioni negative che deriverebbero da scelte ecclesiali e politiche sbagliate; ma noi possiamo e dobbiamo farlo. Dal canto loro, gli agenti pastorali della diocesi, pur facendo proprio l’atteggiamento di sottomissione dei vescovi, non mancano di rilevare quanto "dolorosa" e "sconcertante" sia per loro la decisione vaticana; la quale, affermano essi, "mette alla prova la nostra fede e il nostro senso ecclesiale."; anzi, "ci espone alla tentazione di sentirci abbandonati". Inoltre, il segretario del segretariato internazionale di solidarietà con l’America Latina. (SICSAL) parla del "dolore", della "frustrazione" e del senso di "oscurità" provocati da quella decisione. Quanto a noi, vogliamo esprimere anzitutto la più profonda solidarietà ai nostri fratelli ed alle nostre sorelle della diocesi di San Cristóbal, e l’ ammirazione per la dignità con cui hanno accolto una decisione che rappresenta, a nostro parere, un " grave errore pastorale, dottrinale e di governo" da parte della Santa Sede. Ci sembra cioè che le accuse rivolte in altri tempi a Don Samuel Ruiz debbano essere rivolte con molto maggiore fondamento ai burocrati vaticani e messicani che le avevano formulate. Noi consideriamo questo segnale lanciato dalla gerarchia cattolica alle soglie del terzo millennio e del giubileo 2000 come tremendamente negativo. Esso significa infatti che la chiesa non ha nessuna intenzione di rivedere i metodi autoritari e repressivi con cui ha soffocato lungo i secoli e particolarmente nel secolo XX, tante iniziative e tanta creatività del popolo di Dio. Significa che la contraddizione tra scelta dei poveri e obbedienza alla gerarchia ecclesiastica continuerà ad ostacolare l’impegno di tanti cristiani nel mondo ed a lacerare il tessuto della chiesa. Significa che l’autocritica della chiesa annunciata per il giubileo avrà forse come oggetto errori e colpe del passato, non invece errori e colpe di questo pontificato; e che comunque di errori e colpe del passato non verranno denunciate le cause, molte delle quali rimangono operanti nella chiesa di oggi. Quale credibilità potrà avere un’autocritica che ha come oggetto solo errori e colpe degli altri? Se la chiesa cattolica intendeva con il giubileo riavvicinare persone e popoli al messaggio di Gesù, essa rischia invece , ostinandosi in questi metodi, di diventare un grave ostacolo alla riscoperta del messaggio. Questo riconoscimento, doloroso ma doveroso, degli errori e delle colpe della chiesa attuale, impone a noi, membri del popolo di Dio, di percorrere le vie di un giubileo penitenziale, che non si proponga l’esaltazione della chiesa di Roma, ma la riscoperta del messaggio liberatore di Gesù e della testimonianza dei suoi primi discepoli.
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