Tra i temi: Papa e “La Sapienza”, Legge 194, povertà in Italia
ROMA, lunedì, 21 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo della
prolusione svolta questo lunedì dal Cardinale Angelo Bagnasco,
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) in occasione
dell'apertura del Consiglio Episcopale Permanente che rimarrà riunito a Roma
fino al 24 gennaio prossimo.
* * *
Venerati e Cari Confratelli,
all’inizio del nostro Consiglio Permanente vogliamo
rinnovare al Santo Padre Benedetto XVI la nostra incondizionata e cordiale
condivisione, insieme all’ammirazione per il suo diuturno servizio pontificale
a bene della Chiesa tutta. Il suo alto Magistero e l’esempio della sua
dedizione serena, mite e forte per annunciare la verità di Cristo – nella cui
luce si riscopre il volto autentico dell’uomo e si salvaguarda lo specifico
della persona e della società – sono di sprone per tutti noi e per le nostre
Comunità. Vicinanza e ammirazione, anzi amore vero verso il Papa, ci sono
genuinamente testimoniati dal popolo delle nostre Chiese.
1. Questa comunione affettiva ed effettiva la rinnoviamo
a pochi giorni da un grave episodio di intolleranza che ha indotto il Santo
Padre a soprassedere rispetto alla visita da tempo programmata alla Sapienza. Università che da oltre settecento anni vive in quella Roma dove
Vescovo è il Papa. Il clima di ostilità, creato
da una minoranza assolutamente esigua di docenti e studenti, ha infine
suggerito questa amara soluzione, essendo venuti meno – come ha scritto il
Cardinale Tarcisio Bertone al Rettore – “i
presupposti per un’accoglienza dignitosa e tranquilla”. Una rinuncia quindi
che, se si è fatta necessariamente carico dei suggerimenti dell’Autorità
italiana, nasce essa stessa da un atto di amore del
Papa per la sua città. Tutt’altro, dunque, che un
tirarsi indietro, come qualcuno ha pur detto, ma una scelta
magnanime per non alimentare neppure indirettamente tensioni create da
altri e che la Chiesa certo non ama, pur dovendole spesso suo malgrado subire.
Grande è stata la sorpresa e ancor più grande la tristezza dinanzi a quanto
accaduto, in particolare per quella considerazione che da sempre la Chiesa
nutre nei confronti dell’istituzione universitaria – basterebbe pensare a come
e dove sono nate le Università – e che il discorso del Santo Padre preparato
per l’occasione è stata riproposta con argomentazioni
assolutamente pregnanti e originali. La risposta che Benedetto XVI ha dato alla
domanda sulla “vera, intima origine dell’Università”, la risposta – dicevo – è
da iscriversi idealmente sul frontespizio di ogni
ateneo: soddisfare “la brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuole
sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole
la verità”. è con questa vocazione squisitamente
propria dell’università che deve in ultima istanza confrontarsi anche chi si è
sottratto all’incontro col Papa. Di qui il rammarico – non solo nostro, ma
generale – nel dover constatare che il “luogo”
privilegiato dello studio e del confronto tra intelligenze libere – qual è
l’Università, che per questo diventa scuola di vita – si sia precluso di fatto
ad una presenza di universale autorevolezza e ad un apporto accademico
altissimo, cui ambiscono Università di tutto il mondo. Questi d’altra parte
sono gli esiti del settarismo illiberale, antagonista per partito preso, che
assumendo per pretesto la nota e ormai ben indagata vicenda di Galileo, hanno
superficialmente manipolato la posizione a suo tempo espressa da Joseph Ratzinger, facendone una
bandiera impropria per imporre la loro chiassosa volontà.
Come cittadini e come Vescovi d’Italia non possiamo
non essere preoccupati. Seppur ci conforta che l’assenza
forzata all’incontro è presto diventata una presenza assai più dilatata del
previsto. L’importante discorso non solo è stato letto alla Sapienza, ma
è stato anche pubblicato su numerosi giornali, guadagnando allo stesso un
ascolto incomparabile. La straordinaria folla di fedeli e di cittadini che
ieri, domenica, sono convenuti su invito del Cardinale Vicario in Piazza San
Pietro per la recita dell’Angelus, è la testimonianza fedele dei sentimenti
forti che albergano nel popolo italiano. Il che ci induce,
nonostante tutto, a guardare avanti e ad avere fiducia. Fiducia
nel buon senso che da sempre connota la nostra gente, e che è congenitamente
estraneo all’intolleranza. Fiducia nel buon senso comune. Fiducia nella forza della ragione aperta alla verità.
Fiducia nella tradizione culturale del nostro Paese, che ha sempre considerato
il dialogo tra fede e ragione la sorgente viva e vitale di progresso e di
civiltà.
2. Cari Confratelli, allargando ora lo sguardo, possiamo
dire che veniamo da mesi intensi di attività, ma anche, grazie a Dio, di
riflessioni e acquisizioni spirituali importanti che, in particolare, ci sono
state offerte con ritmo incalzante dal Santo Padre. Alla luce del recente
Natale le nostre comunità sono state sospinte a chiedersi: “Abbiamo tempo e
spazio per Dio? Può Egli entrare nella nostra vita? Trova uno spazio in noi, o
abbiamo occupato tutti gli spazi del nostro pensiero, del nostro agire, della
nostra vita per noi stessi?” (Omelia della Messa di Mezzanotte, 25
dicembre 2007).
A questo proposito, come Vescovi ci sentiamo
interpellati in maniera tutta speciale. Al pari degli Apostoli, e in quanto loro successori, infatti “siamo stati chiamati
innanzitutto per stare con Cristo, per conoscerlo più profondamente ed essere
partecipi del suo mistero d’amore e della sua relazione piena di confidenza con
il Padre” (Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti alla Riunione dei Vescovi
di recente nomina, 22 settembre 2007). E poiché è questo il nostro
fondamentale “programma apostolico”, va da sé che in esso
rientra la preghiera che nutre il nostro legame con Pietro, e quella per Pietro
stesso. È, dunque, con questa ispirazione che diamo
avvio ai lavori della sessione invernale del Consiglio Permanente, svolgendo
anzitutto un esercizio di discernimento collegiale sulla situazione presente.
3. Per l’inizio del tempo di Avvento, Benedetto XVI
ha offerto alla Chiesa universale la sua seconda enciclica: “Spe salvi”, che ha suscitato una vasta eco all’interno
della comunità cristiana ma anche nell’opinione pubblica generale. Il che, se
da una parte dice qualcosa dell’arsura in cui vivono gli uomini d’oggi,
dall’altra ci conforta sul fatto che proposte forti sotto il profilo dei
contenuti si possono proficuamente fare anche in una temperie rarefatta come
l’attuale. Con uno stile felicemente personale, il Papa elabora una proposta
sorprendente che va al cuore e alla mente dei fedeli e dei Pastori. Attraverso
una tessitura testimoniale, egli conduce un serrato ragionamento in cui storia,
filosofia e teologia si intrecciano per decodificare
il desiderio di vita buona e felice che c’è nel cuore dell’uomo e di ogni
epoca.
Mostrando come, ad un certo punto del cammino dell’umanità, le due grandi
idee-forza, la ragione e la libertà, si sono come sganciate da Dio, per
diventare autonome e contribuire all’edificazione di un «regno dell’uomo» praticamente contrapposto al Regno di Dio, il Papa evidenzia
il diffondersi di una mentalità materialista, che ha fatalmente illuso e
deluso. Se per l’uomo moderno la novità sta nella correlazione, anzi nella
sinergia, tra scienza e prassi, e l’attesa viene
riposta nella successione stupefacente delle scoperte che hanno contrassegnato
gli ultimi secoli, ecco che prende piede l’”ideologia del progresso”, ossia una
“visione programmatica” per la quale la restaurazione del paradiso perduto non
si attende più dalla fede, ma appunto dallo sviluppo scientifico. “Non è –
precisa il Papa – che la fede, con ciò, venga
semplicemente negata; essa viene piuttosto spostata su un altro livello –
quello delle cose semplicemente private e ultraterrene – e allo stesso tempo
diventa in qualche modo irrilevante per il mondo” (n. 17). In
altre parole, ciò che “ha determinato il cammino dei tempi moderni” è anche ciò
che ha influenzato “l’attuale crisi della fede che, nel concreto, è soprattutto
crisi della speranza cristiana” (ib.).
Questo spiega molto bene perché Benedetto XVI non esiti, dinanzi agli
effetti di questa congiuntura, ad invocare un atto di revisione
profonda. E mentre nel famoso discorso di Ratisbona
(12 settembre 2006) aveva avanzato l’esigenza di una
seria autocritica da parte della modernità, nell’enciclica odierna va oltre, e
sostiene che “nell’autocritica dell’età moderna confluisca l’autocritica del
cristianesimo moderno, che deve imparare di nuovo a comprendere se stesso a
partire dalle proprie radici” (n. 22). In altre parole, emerge da qui una grande chance offerta ai cultori della modernità di
andare al fondo delle contraddizioni in cui si dimena la cultura odierna e
individuare le aporie che sono la causa della grande suggestione che illude ma
non convince. Nello stesso tempo, al cristianesimo d’oggi
intimidito di fronte ai successi della scienza, e per questo spesso ripiegato
solamente in ambito educativo e caritativo (cfr.
n. 25), s’impone una ri-centratura
sul suo essenziale, per far scaturire da qui una nuova capacità propositiva che
eviti al mondo la “fine perversa” descritta già da Kant.
Per questo, asserisce il Papa, “la ragione ha bisogno della fede per arrivare
ad essere totalmente se stessa: ragione e fede hanno bisogno l’una dell’altra
per realizzare la loro vera natura e la loro missione” (n. 23).
Naturalmente nessun commento e nessuna sintesi sostituiscono la lettura del
testo dell’enciclica che noi, per la nostra parte, desideriamo porre nelle mani
dei fedeli perché ne facciano una lettura personale e comunitaria, che può
ravvivare i cammini di catechesi ed essere riferimento per la predicazione
speciale dei tempi forti, come ad esempio della prossima Quaresima. Per la
riconsiderazione che il Papa fa dei Novissimi, l’enciclica si pone come una
concreta risorsa di rinnovamento della nostra pastorale: dal battesimo alla
cura delle realtà ultime. Ci affidiamo in particolare ai nostri amati
Sacerdoti, perché vogliano vedere in questo testo una autorevole
interpretazione della crisi che ai vari livelli investe l’umanità di oggi, per
cogliere le possibilità di un dialogo rinnovato che non sia fine a se stesso.
4. Non credo di sbagliare se dico che è l’Italia, in particolare, ad avere
oggi bisogno della speranza. Questo Paese, che profondamente amiamo, si
presenta sempre più sfilacciato, frammentato al punto da apparire ridotto
addirittura “a coriandoli”, avvertono gli esperti. Proprio la recente analisi
contenuta nel Rapporto Censis 2007 avverte che
“un’inerzia di fondo … è la cifra più profonda della
nostra attuale società”. In essa “si propende a
pensare che la colpa di tutto … sia da ricondurre a una complessa e comune
incapacità di costruire uno sviluppo partecipato” (pag. XVII). Sembra davvero
che, bloccato lo slancio e la crescita anche economica, ci sia in giro
piuttosto paura del futuro e un senso di fatalistico declino. Sembra circolare
una sfiducia diffusa e pericolosa. Anche da
osservatori stranieri arrivano i segnali di una medesima lettura, forse ancora
più apocalittica e magari anche non disinteressata. Ma a me pare, che non sia
tanto a questi osservatori che dobbiamo essere preoccupati di rispondere
verbalmente, quanto che una risposta, quella vera, la dobbiamo dare a noi
stessi, e alla ineludibile
responsabilità verso il nostro futuro. Diagnosi più circoscritte circa i punti
della crisi pubblica che ci affligge peraltro non mancano e il Presidente della
Repubblica, nell’incontro prenatalizio con i dirigenti
della politica, non ha mancato di farvi riferimento. A noi Vescovi interessa,
se possibile, guardare più in profondità, alla crisi interiore che è in parte
causa e radice della stessa crisi pubblica, seppur non ci sfuggono le tante, innumerevoli testimonianze di bene che prendono
forma sul territorio, e neppure ci sfuggono una diffusa riservatezza e capacità
di sopportazione che rappresentano esse stesse, se si vuole, un indizio di
possibile ripresa e capacità di futuro.
Però, pensando ai nostri fratelli, non possiamo non dire loro con le parole
dell’enciclica che, seppur avessimo tante piccole o
anche grandi speranze “che ci mantengono in cammino”, ma non conoscessimo Dio,
saremmo pur sempre privi della grande speranza, quella che “deve superare tutto
il resto” (n. 31). Saremmo senza quella resistenza, quella lucidità di
giudizio, quella carità profonda che fanno
sperimentare la vita, e la vita in abbondanza (cfr. n. 27). Ecco da dove nasce l’offerta della
Chiesa al nostro Paese. La Chiesa non vuole e non cerca il potere, come
pure viene scritto in questa stagione su taluni
giornali. Con la sua testimonianza pubblica e grazie alla capillarità della sua
presenza vicina alla gente, la Chiesa vuole aiutare il Paese a riprendere il
cammino, a recuperare fiducia nelle proprie possibilità, a riguadagnare un
orizzonte comune. A fronte di tanti sforzi che pure vengono
condotti, e che hanno bisogno di più energia per affermarsi, c’è davvero
bisogno di una speranza più grande delle altre, che possa dare la direzione al
cammino futuro.
5. Lo dicevamo nella recente Nota pubblicata all’indomani del Convegno
ecclesiale di Verona (cfr. n.
20). Nel pronunciare il suo sì a Dio, la nostra Chiesa dice sì anche all’uomo
concreto, dice sì a questa società con le sue dinamiche
complesse e a volte contraddittorie, dice sì alla cultura magmatica eppure
vitale in cui è a sua volta inserita. La Chiesa non ha paura di amare. E questo
fa: si realizza cioè come la Chiesa del sì, anche
quando si vede costretta a dire − senza arroganze e con parresìa − dei leali no. E
ogni volta li dice per pronunciare un sì più grande alla vita, alla persona
intera, alla giustizia, alla pace, all’amore, alla coscienza, al progresso, al
creato; per confermare il sì all’Italia, al suo futuro e alla sua vocazione in
seno all’Europa e nel concerto dei popoli.
5.1. La Chiesa, ad esempio, dice sì alla famiglia, fondata sul matrimonio
tra un uomo e una donna. Per questo si oppone alla regolamentazione
per legge delle coppie di fatto, o all’introduzione di registri che surrogano
lo stato civile. Non la muove il moralismo, o peggio il desiderio di infliggere
pesi inutili o di frapporre ostacoli gratuiti. Al contrario, abbiamo a cuore
davvero il futuro e il benessere di tutti. Conferendo diritti e privilegi alle
persone conviventi, apparentemente non si tolgono diritti e privilegi ai
coniugi, ma si sottrae di fatto ai diritti e ai
privilegi dei coniugi il motivo che è alla loro radice, ossia l’istituto
matrimoniale che nessuno – a questo punto − può avere l’interesse a
rendere inutile o pleonastico, o a offuscare con iniziative, quali il divorzio
breve, che avrebbero la forza di incidere sulla mentalità e il costume,
inducendo atteggiamenti di deresponsabilizzazione. Un
importante uomo di cultura, il prof. Aldo Schiavone,
in un articolo del 24 dicembre, tra l’altro scriveva: “Quel che chiamiamo
famiglia è infatti una costruzione sociale che non ha
al suo interno nulla di prestabilito in eterno. Tutto in essa
è solo storia …”. Individuando in un simile assunto la tipologia di tante
affermazioni, talora anche strampalate, ci permettiamo
con rispetto di obiettare radicalmente a questa posizione: certamente le forme
culturali hanno il loro peso nell’espressività dell’uomo e persino nella
definizione che l’uomo riesce a dare di sé, ma non arrivano al punto di
manomettere la figura umana tipica e distintiva. La struttura della famiglia
non è paragonabile ad un’invenzione stagionale, e questo almeno per due motivi.
Il primo, è relativo alla indubitabile
complementarietà tra i due sessi; il secondo, riguarda il bisogno che i figli
hanno, e per lunghi anni, di entrambe le figure genitoriali,
quanto meno per il loro equilibrio psichico e affettivo. Il nostro Paese ha
bisogno della struttura che è garantita dalle famiglie
vere per continuare a dare a se stesso un impianto di solidità e di slancio in
avanti. È una problematica questa che, per la verità, non investe solo
l’Italia, anzi per certi versi la investe meno di altri
Paesi. Il che spiega, ad esempio, perché c’è stato nell’ottobre
scorso, a Fatima, un incontro dei Presidenti delle Conferenze episcopali
d’Europa che hanno messo a fuoco la loro convergente preoccupazione sul futuro
della famiglia, svanendo la quale si metterebbe peraltro a repentaglio il
futuro dell’Europa stessa. Di qui il riproporsi significativo,
al di là dei confini nazionali, di iniziative come il nostro Family Day
che per nessuno voleva essere e per nessuno è stato una minaccia, ma piuttosto
l’indicazione di una via da percorrere.
5.2. La Chiesa, mentre fermamente si oppone alle discriminazioni sociali poste in essere a motivo dell’orientamento sessuale, dice
anche la propria contrarietà all’equiparazione tra tendenze sessuali e
differenze di sesso, razza ed età. C’è un gradino qualitativo che distanzia le
prime dalle seconde, e non è interesse di alcuno misconoscere la realtà che
appartiene alla struttura dell’essere umano in quanto
tale. Come non scorgere nelle teorie che tolgono ogni rilevanza alla
mascolinità e alla femminilità della persona, quasi che queste siano una mera
convenzione pseudo-culturale, un’accentuazione
oggettivamente autolesionistica, un deprezzamento
alla fin fine della stessa corporeità che si vorrebbe unilateralmente esaltare?
Facile obiettare che la Chiesa non dovrebbe ingerirsi in queste questioni:
diciamo anche noi, con Benedetto XVI (nel Discorso alla Curia Romana, 22
dicembre 2006), forse che la persona non ci deve interessare? Come facciamo a non curarci del destino e della felicità di
coloro al cui servizio siamo mandati?
5.3. è ancora per dire sì alla dignità della
persona che la Chiesa denuncia la logica relativistica che domina nei consessi
internazionali, per la quale l’“unica garanzia di una umana convivenza pacifica
tra i popoli, (è) il negare la cittadinanza alla verità sull’uomo e sulla sua
dignità nonché alla possibilità di un agire etico fondato sul riconoscimento
della legge morale naturale”: sono parole di Benedetto XVI, pronunciate alle
Organizzazioni non governative cattoliche che erano andate a visitarlo il 1° dicembre
scorso. Difficile non vedere annidata proprio qui una delle contraddizioni più vistose della politica internazionale: da una parte si dà la
giusta priorità, in faccia a qualunque regime politico, al rispetto dei diritti
umani fondamentali dell’uomo, dall’altra spregiudicatamente si nega questo o
quel diritto in funzione di campagne mirate, e adottate per interessi materiali
o imposte per pressioni ideologiche. Quanto all’Unione Europea, non possiamo
non apprezzare i risultati del recente vertice di Lisbona nel quale è stato solennemente firmato il nuovo Trattato
europeo, che ha come parte integrante la Carta dei diritti dei cittadini.
Mentre si attendono le necessarie ratifiche da parte dei singoli Stati, non
possiamo non auspicare che di questi documenti vengano
date interpretazioni non forzate e non strumentali nella logica di
un’esasperazione dei diritti esclusivamente individuali. Resta peraltro attuale
l’esigenza, più volte avanzata in passato, di garantire il rispetto delle
specifiche identità culturali e delle tradizioni dei Paesi membri, nella piena valorizzazione del principio di sussidiarietà
e dei limiti di competenza dell’Unione europea.
C’è da dire che nel Messaggio che Benedetto XVI ha pubblicato in occasione
della recente giornata per la Pace del 1° gennaio 2008, incentrato su “Famiglia
umana, comunità di pace”, oltre che essere indicate la reale interdipendenza e
le profonde connessioni che legano il nucleo primario della società agli
effettivi destini del mondo, è individuato anche il vincolo necessario tra la
norma giuridica e la legge naturale. Dove la prima, “la norma giuridica che
regola i rapporti delle persone tra loro, disciplinando i comportamenti esterni
e prevedendo anche sanzioni per i trasgressori, ha come criterio
la norma morale, basata sulla natura delle cose”. Il Papa non tace sulla
ragione dei troppi arbitrii che si registrano nelle relazioni tra gruppi umani
e tra gli stati, osservando che, “sì, le norme esistono, ma per far sì che
siano davvero operanti bisogna risalire alla norma morale naturale come base
della norma giuridica, altrimenti questa resta in balìa
di fragili e provvisori consensi” (n. 12). E subito
dopo aggiunge. “La crescita della cultura giuridica nel mondo dipende, tra
l’altro, dall’impegno di sostanziare sempre le norme internazionali di
contenuto profondamente umano” (n. 13).
6. Una vasta eco ha avuto nel mese di dicembre la moratoria contro la pena
di morte votata nell’assemblea dell’Onu da 104 Paesi.
Ai quali è vivamente auspicabile che altri Paesi via via
si aggiungano, come sta già accadendo, a condividere un fondamentale approdo di
civiltà giuridica e di consapevolezza delle insopprimibili ragioni di ogni vita umana. Com’è noto, per raggiungere questo
risultato, molto ha lavorato l’Italia, che infatti è
stata riconosciuta come la vera artefice dell’importante pronunciamento. Ci
piace qui rilevare come questo obiettivo, al nostro
interno, sia stato perseguito sia dalla società civile che dai responsabili
politici, in una fruttuosa complementarietà che ha procurato all’iniziativa
diplomatica il più vasto consenso popolare.
Era in qualche modo inevitabile che, votata la moratoria contro la pena di
morte comminata dagli Stati come sanzione ai delitti più gravi, si ponesse l’attenzione ad un’altra gravissima situazione di
sofferenza del nostro tempo qual è, con l’aborto, l’uccisione di esseri
innocenti e assolutamente indifesi. È vero che concettualmente non c’è perfetta
identità tra le due situazioni, ma solo una stringente analogia, che tuttavia
non fa certo derivare la condanna dell’aborto da quella della pena di morte,
giacché il delitto di aborto è, come avverte il
Concilio Vaticano II (GS n. 51), abominevole di per sé, ed è
un’ingiustizia totale. Come non valutare benefica la discussione che, nel
nostro Paese, si è aperta nel corso delle ultime settimane, e come non essere
grati a chi per primo, da parte laica, ha dato evidenza pubblica alla
contraddizione tra la moratoria che c’è e quella che fatichiamo tanto a riconoscere?
Il fatto che, a trent’anni dall’approvazione della
legge 194 che rende giuridicamente lecito l’aborto, la coscienza pubblica non
abbia “naturalizzato” ciò che naturale non è, è un
risultato importante, di cui dobbiamo dare atto a chi − per esempio il
Movimento per la vita − mai si è rassegnato. E fin dal primo momento ha
cercato di promuovere un’iniziativa amica delle donne che le
aiuti nella decisione, talora faticosa, di accettazione dell’esistenza
diversa da sé che ormai è accesa in grembo. La Giornata della Vita, che con
lungimiranza la nostra Conferenza Episcopale promuove da oltre venticinque anni
– è imminente la 30a −, ha certamente contribuito – grazie anche
all’apporto dei nostri media − a quell’allerta
culturale per la quale la vita umana non può mai, in alcun caso, in alcuna
situazione, per alcun motivo, essere disprezzata o negletta. Ha invitato a
considerare vita la vita, sempre, fin dall’inizio, e non solo per gli adulti
gagliardi ed efficienti.
Da parte della Chiesa non esiste alcuna “intenzionalità bellica”: dobbiamo
continuare a dire che la vita è dono, e che non è nella disponibilità di alcuno
manometterla o soffocarla. E dobbiamo ad un tempo ricordare che l’amore umano è
sempre associato a una responsabilità che si esprime
anche quando lo si intende come gioco distratto e leggero. Quella della vita è
una grande causa, la causa che ci definisce e ci
qualifica, alla quale noi Vescovi vorremmo che, prima o poi, si associassero
davvero tutti.
Chiediamo, almeno come cittadini di questo Paese, che si
verifichi ciò che la Legge – intitolata alla “tutela della maternità”
− ha prodotto e ciò che invece non si è attivato di quanto prevede,
soprattutto in termini di prevenzione e di aiuto alle donne, e dunque alle
famiglie. Inoltre, come si può, solo per questa legge,
deliberatamente ignorare il portato delle nuove conoscenze e i progressi della
scienza e della medicina e non tener conto che oltre le 22 settimane di
gestazione c’è già qualche possibilità di sopravvivenza? Per questo occorre razionalmente
non escludere almeno l’aggiornamento di qualche punto della legge, pur
continuando noi Vescovi a dire che non ci può mai essere alcuna legge giusta
che “regoli” l’aborto. Ci permettiamo anche di suggerire che i fondi previsti
dalla legge 194, all’art. 3, magari accresciuti da apporti delle Regioni, siano dati in dotazione trasparente ai consultori e ai
centri – comunque si chiamino – di aiuto alla vita, giacché l’esperienza
insegna che già pochi mezzi forniti per un primo intervento sono talora
sufficienti per dare ascolto alle donne, aiutarle a riconoscere la propria
forza, a non sentirsi così sole in una comunità che non può continuare a
considerare la maternità un lusso privato e l’aborto una forma di risposta
sociale. Ovvio che una simile provvista non esonera la politica della famiglia
a dare finalmente risposte adeguate. Tuttavia, è sempre possibile lavorare
insieme perché forme concrete di solidarietà trovino spazio, e anche nel campo
della maternità non prevalga definitivamente la solitudine,
l’estraneità sociale, il disinteresse.
7. Grande impressione ha suscitato a ridosso delle feste natalizie il rogo
che nell’acciaieria torinese della ThyssenKrupp ha
procurato la morte – immediata o successiva − di ben sette operai, alcuni
dei quali ancora giovani. Il confratello Arcivescovo di Torino, Cardinale
Severino Poletto, ha pronunciato nelle omelie delle
quattro Messe esequiali parole doverosamente severe,
alle quali noi cordialmente ci associamo. Davvero il posto di lavoro non può
essere messo in ballottaggio con la vita e il vero progresso non può tollerare
condizioni di lavoro tanto rischiose da compromettere ogni anno la salute e la
vita di un elevatissimo numero di cittadini. Sono drammi che le nostre comunità
parrocchiali conoscono uno ad uno, e a cui i nostri
sacerdoti sono vicini. E bisogna dire che anche il
cordoglio politico non è mancato e non manca. Ciò a cui forse non si è ancora
pervenuti è una sufficiente e corale determinazione a non consentire più
eccezioni nei sistemi di messa in sicurezza, nei controlli serrati e
inesorabili, nelle politiche delle aziende piccole e grandi. Le organizzazioni
imprenditoriali e le singole aziende devono fare un passo avanti in quell’autodisciplina rigorosa e metodica che nel rispetto
coscienzioso delle leggi potrà dare risultati importanti. Dal canto suo, la
politica non può più limitarsi alle parole o ai provvedimenti che nascono
evasivi. Bisogna che ciascuno, per la sua parte di responsabilità, senta che la
popolazione è stanca di promesse e misura qui, più che in altri campi,
l’affidabilità e credibilità del sistema Paese.
Affidabilità e credibilità sono vistosamente in
gioco anche nella vicenda delle immondizie che da troppo tempo sta affliggendo
Napoli e la Campania senza che l’opinione pubblica locale e nazionale riesca a
capire come stiano effettivamente le cose: fino a dove c’entra la malavita
organizzata e le complicità di cui essa gode, e dove comincia la mala-politica, la latitanza amministrativa, il
palleggiamento delle responsabilità, l’ignavia delle istituzioni. Il
confratello Arcivescovo di Napoli, Cardinale Crescenzo Sepe,
insieme ai Vescovi della Campania, hanno preso posizione ferma, e noi non
possiamo che essere solidali con loro.
Altro versante problematico, nel quale la Chiesa sa
di dover dire il suo sì agli italiani, è quello della moralità sociale e della
legalità pubblica che sono dimensioni proprie della cittadinanza rispetto ai
vincoli collettivi. Situazioni specificatamente delicate si presentano – com’è
noto − in alcuni territori del Paese, quelli più interessati dalla
malavita organizzata, dalla ‘ndrangheta e dalla mafia, fenomeni che da tempo tendono peraltro a ramificarsi all’esterno, in
regioni un tempi immuni e anche – come s’è visto l’estate scorsa −
all’estero. Non possiamo, a questo riguardo, non apprezzare ciò che sta
avvenendo per iniziativa delle associazioni di volontariato, chiamate Addiopizzo o in altro modo, e anche di importanti
associazioni di categoria, grazie alle quali è in atto – secondo un comunicato della
Conferenza episcopale siciliana – “un’efficace ribellione della società civile”
nei confronti di schiavitù antiche e nuove abusivamente imposte dal racket e
dall’usura. Un analogo appello accorato era prima venuto dai confratelli della
Calabria, a loro volta impegnati a sostenere le forze buone del riscatto e
della rinascita che anche lì sono presenti. A questi
Vescovi e alle loro Chiese va la solidarietà convinta della nostra Conferenza,
insieme all’impegno per una accorta vigilanza in ogni
regione d’Italia.
8. Nel 60° anniversario della Carta Costituzionale che, specialmente nella
sua prima parte, è così antropologicamente significativa – e dunque vera nel senso di non superata – e
in un momento della vita sociale così delicato e con varie sfide aperte, non
possiamo come Vescovi non rivolgerci all’intera classe politica per esprimerle
la nostra considerazione e il nostro incoraggiamento.
Nessuno si stupisca se in questo quadro diciamo una
parola ai politici di ispirazione cristiana, a coloro che tali sono e così si
sono presentati al corpo elettorale, al quale devono rispondere. Vogliamo
ricordare la parola rivolta da Benedetto XVI all’Internazionale Democratica di
Centro e Democratico-cristiana, il 21 settembre 2007.
“La dottrina sociale della Chiesa offre, al riguardo, elementi di riflessione
per promuovere la sicurezza e la giustizia, sia a livello nazionale che
internazionale, a partire dalla ragione, dal diritto naturale ed anche dal
Vangelo, a partire cioè da quanto è conforme alla
natura di ogni essere umano e la trascende”. Ebbene, si trova qui il motivo per cui, sui temi moralmente più impegnativi, assecondare
nelle decisioni una logica meramente politica, ossequiente cioè le strategie o
le convenienze dei singoli partiti, è chiaramente inadeguato. Lo è per una
coscienza schiettamente morale, ma lo è ad un tempo per una coscienza anche
religiosamente motivata. È vero che il Magistero cattolico prevede il voto positivo a provvedimenti, anche su materie critiche, volti
“a limitare i danni di una legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano
della cultura e della moralità pubblica” (Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, n. 73), ma questo non è il
caso invocabile allorché un provvedimento legislativo è ancora tutto da
allestire o viene presentato al Parlamento. In un simile contesto,
quando cioè si tratta di avviare proposte legislative che vanno in senso
contrario all’antropologia razionale cristiana, i cattolici non possono in
coscienza concorrervi. Non c’è chi non veda infatti
che una cosa è operare perché un male si riduca, altra cosa è acconsentire, in
partenza, che leggi intrinsecamente inique vengano iscritte in un ordinamento. E non si tratta, qui, di un’imposizione esterna, ma di una
scelta da operare liberamente in una coscienza “già convenientemente formata” (GS
n. 43). Rispetto alla quale non possono esistere
vincoli esterni di mandato, in quanto la coscienza è ambito interno, anzi
intrinseco, alla persona, e dunque obiettivamente non sindacabile. Il voto di
coscienza, in realtà, è una risorsa a esclusivo
servizio della politica buona, e dunque – all’occorrenza – può e deve diventare
una scelta trasversale rispetto agli schieramenti, e invocabile in ogni
legislatura.
Nessuno pensi che dietro a queste parole ci sia un disegno egemonico che si
vuol perseguire. Vale infatti quello che il nostro
Papa diceva nella occasione sopra ricordata: “La Chiesa sa che non è suo
compito far essa stessa valere politicamente questa sua dottrina: del resto suo
obiettivo è servire la formazione della coscienza nella politica e contribuire
affinché cresca la percezione delle vere esigenze della giustizia e, insieme,
la disponibilità ad agire in base ad esse, anche quando ciò contrastasse con
situazioni di interesse personale” (Ib.). Ed è esattamente questo, non altro, ciò che preme alla
nostra Conferenza.
Ci auguriamo intensamente che, mettendo sempre meglio a fuoco i compiti
propri a ciascuno, possa crescere nel nostro Paese una interpretazione
più ricca e sempre meno unidirezionale della laicità. Segnali nuovi peraltro,
anche solo in Europa, non mancano. Possiamo aspettarci un rapido contagio delle
idee nuove che stanno emergendo alla luce anche di
condizioni ideali e culturali sempre più problematiche. Studiosi di fama
internazionale hanno nei mesi scorsi ripetuto che c’è un posto, nella
democrazia, per le religioni, come crogiuolo di senso e di felice appartenenza
ad una storia e ad una tradizione. Il che dà identità e
serena sicurezza. Non c’è scritto da nessuna parte che un vivace
pluralismo culturale debba coincidere con un
secolarismo aggressivo e intollerante, come è accaduto nei giorni scorsi. Dire,
come pure qualcuno ha detto, che la Chiesa Cattolica ha un’irresistibile
vocazione al fondamentalismo
significa fare della gratuita polemica, senza la disponibilità a mettere sul
tavolo argomenti costruttivi e utili ad un confronto magari vivace, ma non
caricaturale.
9. Sul fronte sociale, le testimonianze che direttamente raccogliamo nei
nostri contatti con la gente ci avvertono che
nell’anno appena trascorso si sono aggravate le condizioni economiche di molte
famiglie. Avevamo già posto in evidenza – nella nostra assemblea del maggio
scorso − il fenomeno dell’accresciuto ricorso ai centri di ascolto Caritas e all’aiuto dei
“pacchi viveri” da parte di anziani soli e soprattutto di famiglie con figli.
Le segnalazioni delle strutture sono proseguite e l’ultimo rapporto della Caritas italiana e della Fondazione Zancan
sulla povertà e l’esclusione sociale in Italia ha fornito una fotografia assai
precisa, e per molti versi preoccupante, dello stato di bisogno nel quale sono
caduti molti nuclei familiari. “Avere tre figli da crescere comporta un rischio
di povertà pari al 27,8%, valore che nel Sud sale al 42,7%”, si legge nel
rapporto pubblicato nell’ottobre scorso. “E il passaggio da tre a quattro componenti, espone 4 famiglie su 10 alla possibilità di
essere povere, mentre 5 o più componenti aumentano il rischio di povertà del
135%”. Insomma, ogni nuovo figlio, oltre che una speranza di vita, rappresenta
purtroppo un rischio in più di impoverimento. “Di
fatto – sottolineava in conclusione la stessa Caritas – l’Italia incoraggia le famiglie a non fare
figli”.
Rispetto a questo contesto, l’azione di governo
attraverso la legge finanziaria ha dato risposte assai parziali come il bonus –
pure importante − per gli incapienti. A fronte
di misure positive volte alla generalità dei
contribuenti, quali gli sconti per i proprietari di abitazione e per gli
affittuari a basso reddito, è urgente una strategia incisiva d’intervento
strutturale volta al sostegno della famiglia nei suoi compiti di allevamento e
cura dei figli. Solo all’ultimo è stata introdotta una detrazione aggiuntiva,
rivolta esclusivamente ai nuclei con 4 o più figli a carico. Segnale di attenzione alle famiglie numerose che va colto, ma certo
limitato quanto a consistenza e platea di beneficiari. Le cifre relative alla povertà sopra evidenziate, invece, segnalano
come sia necessario porre mano con urgenza – anche in riferimento alla
continua, allarmante crescita dei prezzi − a una politica di rinforzo
degli stipendi più bassi e delle pensioni minime, e in questo contesto
esprimere un sostegno alle famiglie non limitato ai soli redditi, ma mirata ai
carichi familiari.
Il comparto sicurezza è uno di quelli che hanno procurato negli ultimi mesi
tensioni e preoccupazioni. Se si vuole realmente
incidere, bisogna dare certezza al diritto e mettere anche economicamente le
forze dell’ordine nella condizione di agire.
10. A livello ecclesiale non ci è certo sfuggita
una singolare convergenza di sollecitazioni. Da una parte la
“Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione”, emessa dalla
Congregazione per la Dottrina della Fede,
dall’altra il lungo passaggio che il Santo Padre ha dedicato sempre
all’evangelizzazione nel Discorso alla Curia Romana del 21 dicembre
2007; infine l’intervento all’Angelus di domenica 23 dicembre.
Diceva in quella occasione il Papa: “Nulla è più
bello, urgente ed importante che ridonare gratuitamente agli uomini quanto
gratuitamente abbiamo ricevuto da Dio. Nulla ci può esimere o sollevare da questo oneroso ed affascinante impegno”. Per una Chiesa
tradizionalmente molto impegnata sul fronte della missione, com’è quella
radicata in Italia, riconoscersi in questo rinnovato imperativo evangelizzatore
non è certo difficile. Ma è utile ricordarlo per ciò che esso significa sia nei
termini di quell’auto-evangelizzazione che non è mai
veramente compiuta, sia nei riguardi degli immigrati che arrivano sul suolo
italiano, sia nell’impegno “ad gentes”, attraverso l’opera di missionari e
missionarie.
Diceva il Santo Padre nel citato Discorso alla Curia Romana del 21
dicembre 2007 che “diventare discepoli di Cristo è dunque un cammino di educazione verso il nostro vero essere, verso il giusto
essere uomini”: è la ragione per cui noi stiamo guardando con crescente
interesse e vera fiducia al compito educativo, non perché esso risulti facile
quando non si è più sicuri delle norme da trasmettere e non si sa più quale sia
il giusto uso della libertà, ma proprio perché è particolarmente arduo.
Nella vita delle nostre comunità sono arrivati, all’inizio dell’Avvento, i
tre volumi del nuovo Lezionario, domenicale e
festivo, per l’intero ciclo triennale. Un fatto significativo
che corona una lunga attesa e un intenso lavoro. Come è
già stato doverosamente comunicato agli Uffici Liturgici diocesani, c’è
rammarico per la decina di errori sfuggiti ad una revisione dei testi ritenuta
affidabile, e sui quali naturalmente si interverrà al più presto.
Nel Messaggio che Benedetto XVI ha inviato alla
45a Settimana Sociale dei cattolici italiani (Pistoia, 23 settembre 2007),
chiedeva che gli stessi cattolici “sappiano cogliere con consapevolezza la grande opportunità che offrono queste sfide e reagiscano non
con un rinunciatario ripiegamento su se stessi, ma – al contrario – con un
rinnovato dinamismo, aprendosi con fiducia a nuovi rapporti e non trascurando
nessuna delle energie capaci di contribuire alla crescita culturale e morale
dell’Italia”. È questa consegna che mi induce oggi a
rinnovare tutta la mia considerazione per il “Progetto culturale cristianamente ispirato” che, lanciato dal Cardinale
Camillo Ruini nel 1994, ha avuto un primo varo nel
Convegno ecclesiale di Palermo del 1995, e il definitivo avvio nel biennio 1996-98.
Esso ha aiutato nell’ultimo decennio la Chiesa che è in Italia a individuare una “nuova svolta antropologica come il
passaggio obbligato nel rapporto fede-cultura-società”,
diventando “un punto di riferimento” per altre Conferenze e “un fattore dinamico
di paragone e di confronto, talora dialettico, con tutti i soggetti pubblici
che agiscono nella società civile italiana e non solo” (Patriarca Angelo Scola,
Intervento all’Università Cattolica, 5 novembre 2007). Sono intimamente convinto che questo Progetto abbia prodotto molto
di più di quanto esteriormente talora non appaia, in termini di una maggior
consapevolezza ai diversi livelli: quello della pastorale ordinaria, giacché è
attraverso tutta la sua attività che la Chiesa vuol fare anzitutto cultura;
quindi mediante la presenza e l’azione dei cristiani nel mondo, i quali
incidono nella misura in cui la fede diventa per loro vita vissuta; infine
attraverso la valorizzazione della dimensione intellettuale e l’esercizio delle
attitudini proprie di chi fa vocazionalmente cultura.
In particolare, il Progetto è stato una felice occasione per far emergere
competenze e professionalità, porle in rete, e convocarle a convergente
riflessione su temi nevralgici. È il momento, a me pare, per dare un ulteriore sviluppo al Progetto, rafforzando un poco la
struttura centrale e suggerendo a questa di promuovere periodicamente dei
momenti pubblici di elaborazione e di proposta ad alto livello, dando la
priorità − se questo sarà condiviso − ai temi della coscienza nel suo
nesso con la libertà e la responsabilità.
Cari Confratelli, il tempo intercorso dall’ultima nostra riunione e i fatti
in esso accaduti, mi hanno indotto ad una riflessione
più articolata del consueto. Per questo mi scuso, appellandomi alla vostra indulgenza.
L’entità dei problemi che attendono la nostra valutazione
ci sollecita anzitutto ad appellarci a quella preghiera che “si appoggia” sulla
preghiera di Cristo (cfr. Gv
17,20). Ci corrobora il pensiero del nostro popolo, a cui il Santo Padre nella
Festa del 1° novembre ha indicato la “schiera innumerevole di Santi e Sante che
sono nati ed hanno vissuto in questa terra”, per incoraggiarci “a seguire
sempre i loro esempi, conservando i valori evangelici per tenere alto il
profilo morale della convivenza civile” (Saluto all’Angelus).
Interceda per noi la Vergine Maria, la Grande
Madre di Dio.